Qualche giorno fa una tizia di nome Elle Darby – 22 anni e una “professione” di influencer esercitata grazie a un curriculum in cui spiccano qualche decina di migliaia di like e un paio di blefaroplastiche – ha inviato una mail al White Moose Cafe di Dublino per prenotare una doppia matrimoniale nel periodo di San Valentino. Scusate, rewind. Non “prenotare”, perché la summenzionata non aveva nessuna intenzione di pagare la sua permanenza. Così ha proposto al proprietario un baratto 2.0: io do visibilità al Cafe sui miei profili social, tu in cambio ospiti me e il mio fidanzato. Fin qui tutto normale (?!).

Se non fosse che Paul Stenson, il proprietario della struttura, ha risposto alla richiesta con una mail dal tono a metà tra l’isterico e lo sprezzante, chiedendo alla influencer chi le avrebbe servito la colazione e consegnato le chiavi della stanza, se lei non avesse dovuto saldare il conto come tutti gli altri clienti. “Forse” ha scritto l’uomo, premurandosi di celarne il nome, “dovrei dire ai miei dipendenti che saranno ripagati dalla presenza nei tuoi video?” E ha chiuso con un roboante “no” che ha rovinato lo scrocco-programma di Elle Darby.

Conoscete il web: il tema è caldo e la risposta è diventata virale, scatenando una guerriglia suonata a colpi di click furiosi da parte di chi tifava per l’una o per l’altra parte. Il parapiglia è degenerato quando la influencer ha deciso di metterci gli zigomi e di pubblicare un video per dirsi imbarazzata e umiliata dal trattamento subito. Il signor Stenson, a sua volta, ha postato un avviso su Facebook comunicando che i blogger sarebbero stati bannati forever dalla struttura.

L’impressione è che in entrambi i casi la risposta fosse dettata più dal fastidio che da altro. Perché se la protagonista di questa web-commediola avesse fatto un buon “lavoro”, avrebbe forse portato l’hotel a conoscenza di qualcuno dei suoi follower, che con la loro permanenza avrebbero non solo ripagato le pulizie del water su cui lei si era seduta, ma anche fatto guadagnare nuovi clienti al Sig. Stenson. Che usando le stesse armi dell’influencer ha prima diffuso sui social le mail e ha poi indetto una conferenza stampa e messo pure in vendita delle T-shirt con tanto di hashtag #bloggergate. Insomma, il classico bue che dice cornuto all’asino.

Cosa resta, a distanza di qualche giorno, di questa telenovela? La speranza è che contribuisca se non a bloccare l’influencer marketing quantomeno a geolocalizzarlo un po’ più sui poli del buon senso.

Nessuno qui mette in dubbio che alcune di queste persone riescano con la loro “professione” a guadagnarci qualcosa, men che meno nessuno si azzarda a negare che altre siano anche diventate molto ricche. Ma a quale prezzo? E con quali conseguenze?

Non è solo una questione di arrivare alla fine del mese o no. Ci sono orde di ragazzine – e di famigerate mamme blogger, giusto per confermare che non si tratta di un fenomeno imputabile all’età – trasformate in banner pubblicitari ambulanti, che si atteggiano in pose tutte uguali per sembrare più intriganti di quelle che sono, per piacere a persone che non conoscono. Ci sono pletore di uomini più o meno giovani che si definiscono “folli” e “cool” ma che alla fine della fiera sono il più delle volte individui senza talento, se non quello di “stare sui social” e di essere attrattivi per le aziende affamate di pubblicità. Instagram – che da ritrovo per vedere le foto degli amici si è trasformato in un Postalmarket in cui prendono forma i peggiori comportamenti ossessivi-compulsivi legati all’apparire sul web – è il loro regno, che presiedono h24 alla ricerca… di cosa? Di una lozione in regalo? Di uno stipendio facile? Di un’immagine fasulla che soddisfi l’ego?

L’invidia è il sentimento che viene rinfacciato a chi si permette di criticare questi nuovi “lavori”, lamentandone la superficialità e il disagio relazionale che essi comportano. Invidia di cosa? “Del fatto che noi siamo riusciti a realizzare i nostri sogni” mi ha scritto una volta una travel blogger. Di quali sogni parliamo, di grazia? Definirsi CEO del proprio blog? Farsi invitare da un hotel e pubblicizzarlo con un “articolo” privo di stile e zeppo di errori? Essere seguiti da 20, 50, 200mila sconosciuti che vi faranno sentire in obbligo, giorno dopo giorno, di mostrarvi più interessanti di quelli che siete realmente?

Nessun sogno dovrebbe essere disprezzato da chi ne ha uno diverso. Ma siete sicuri che sia davvero questo il vostro sogno? O è solo uno specchietto per le allodole, una palude creata per rincoglionirvi e manipolarvi, in cui siete rimasti incastrati con tutte e due le gambe?

Se la risposta alla prima domanda è “sì”, ecco, forse allora tutto ciò che ci resta da dire è che ognuno ha i sogni che si merita.