Lo ha detto la televisione. Sì, oggi me lo ha proprio detto la televisione, per nulla offesa se le stavo dando le spalle mentre pranzavo.

E quello che mi ha detto mi ha fatto trasalire: il Papa, o meglio Papa Francesco (e mica un Papa vale l’altro!) durante il suo viaggio in Perù parla ai giovani radunati nella Plaza de Armas a Lima con queste parole:

«So che è molto bello vedere le foto ritoccate digitalmente, ma questo serve solo per le foto, non possiamo fare il “Photoshop” agli altri, alla realtà, a noi stessi. I filtri colorati e l’alta definizione vanno bene solo nei video, ma non possiamo mai applicarli agli amici. Ci sono foto che sono molto belle, ma sono tutte truccate, e lasciate che vi dica che il cuore non si può “photoshoppare”, perché è lì che si gioca l’amore vero, è lì che si gioca la felicità».

Non è un generico accenno alla fotografia, il Papa entra in argomento con una metafora che parte da un linguaggio già piuttosto tecnico, per un Papa di 81 anni: photoshoppare, alta definizione, filtri, foto truccate. Ed è proprio il concetto di linguaggio che qui crea un cortocircuito di senso e di tempo. Per dirla in soldoni: è molto più appropriato parlare di linguaggio a proposito del Papa che non della fotografia.

Che la fotografia sia un linguaggio, per quanto affermato ovunque, è argomento tutto da dibattere e dimostrare. Già Roland Barthes – tra gli altri dubbiosi – si chiedeva in che termini la fotografia potesse costituire un linguaggio dal momento che esso, per definirsi tale, necessita di un codice. E un codice, la fotografia, non ce l’ha (per sua fortuna, aggiungo). Conclusione in equilibrio di Barthes, la fotografia è un messaggio senza codice (e dunque, in ogni caso, un’anomalia).

Viceversa il Papa utilizza il linguaggio verbale, e ne usa pienamente, consapevolmente, strategicamente e mirabilmente il codice: sa come parlare ai giovani di tecnologia, di Photoshop, di Facebook, di realtà truccata per dire altro: parla di digitale per trasmettere emozioni e idee analogiche. Una grandiosa serie di “link”, per restare in un gergo settoriale che, usato così, diventa linguaggio generale.

Oltre a tutto ciò, è poi rimarchevole l’attenzione del Papa verso il mondo delle immagini, con i modelli che offrono (vari sono nel tempo le sue citazioni e i riferimenti) e le influenze che producono nella società, nel costume, nei rapporti umani. Sempre rivolto ai giovani, in due recenti occasioni, ha detto per esempio:

«E’ sbagliato credere che se non siamo forti, attraenti e belli, allora nessuno si occuperà di noi».
 «Il narcisismo ti produce tristezza perché vivi preoccupato di truccarti l’anima tutti i giorni, di apparire meglio di quel che sei, di contemplare se hai una bellezza migliore degli altri, è la malattia dello specchio. Giovani, rompete lo specchio! Non guardatevi allo specchio, perché lo specchio inganna, guardate verso fuori».

Nelle parole di Papa Francesco ci sono dunque riferimenti ai rapporti tra fotografia, contemporaneità, tecnologia, influssi (subliminali e non) sull’immaginario e a cascata sui comportamenti.
Ma ce ne sono anche, di sponda e non necessariamente intenzionali, alla storia della fotografia, quando per esempio pensiamo alla mostra “Mirrors and Windows” degli anni 70, nella quale l’allora direttore del dipartimento fotografia del MoMA di New York John Szarkowski divide i fotografi in “fotografi specchio” (quelli che attraverso la pratica fotografica scrutano e indagano se stessi) e in “fotografi finestra” (quelli che guardano fuori da sé l’altrui e l’altrove, curiosi del mondo e testimoni delle vicende umane). E qui riporto un passo già citato del Papa: «Giovani, rompete lo specchio! Non guardatevi allo specchio, perché lo specchio inganna, guardate verso fuori».

Naturalmente l’intento dei fotografi specchio non è necessariamente egoistico o narcisistico, al contrario spesso è qualcosa di molto doloroso che assomiglia a una terapia, ma certe assonanze sono in ogni caso interessanti e sorprendenti.

E ora lasciatemi fantasticare: vorrei sentire sulle “frasi fotografiche” del Papa, a ruota libera, da una parte Oliviero Toscani e dall’altra James Nachtwey, uno di fronte all’altro. E se il Papa moderasse il confronto, sarebbe il massimo.

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