“La stampa deve essere al servizio dei governati, non dei governanti”. Stavolta Steven Spielberg ci pone di fronte a sentenze nette. Ma scaglia frecciate che puntano dritte, in primis, al petto degli addetti all’informazione. Differenziando ad arte i livelli di comunicazione con il suo pubblico globale, non risparmia freddure al fulmicotone sul mestiere del giornalista che donano al suo The Post, al cinema dall’1 febbraio, un ritmo frenetico e travolgente anche nei momenti di più spiccata verbosità.

– Lo butto giù per giovedì.

– E se fingiamo che tu sia un cronista e non un romanziere?

È lo scambio caustico tra il direttore Ben Bradlee di un Tom Hanks perfettamente in parte e un redattore un po’ “riflessivo” del Washington Post. Il Post, appunto. Le scadenze nel campo della carta stampata sono tutto, e lo erano ancor di più negli anni settanta, quando sotto la pancia della redazione si partiva a notte fonda con le rotative dopo la telefonata definitiva del direttore. Consegne chiuse alle 23, righe ancora a piombo a comporre le colonne, il rumore caotico, implacabile e velocissimo di quelle immense macchine che dalla tipografia avrebbero sfornato notizie da consegnare in pacchi di giornali entro un pugno di ore. E il tempo, sempre poco, ma sempre abbastanza, la chiave di tutto.

Il tempo lo attraversa anche un regista come Spielberg, qui lo utilizza come metafora cinematografica applicabilissima all’oggi, magari a quello trumpiano, come un monito, per parlarci di libertà di stampa e del coraggio di una donna. La vicenda si svolge nella capitale americana. Nel 1971 il New York Times aveva aperto un vaso di Pandora scoprendo l’esistenza dei Pentagon Papers, settemila pagine secretate che documentavano le menzogne di quattro presidenti degli Stati Uniti su interventi militari rovinosi come il Vietnam. Il primo scoop era andato, ma la caccia all’intera documentazione, a quelle migliaia di pagine, era aperta. In gioco la verità su anni di gravissime bugie governative agli americani, il mezzo la competizione sfrenata tra testate giornalistiche.

Il Bradlee del grande schermo incarna il direttore affamato di verità che vuole far crescere il suo giornale locale. Ricerca e interpretazione certosine oggi, ma dopo gli eventi raccontati nel film, Il Post divenne uno dei quotidiani americani più autorevoli. Colpisce la redazione, un gruppo sodale, talmente dinamico da rendere l’inevitabile cane mangia cane persino ironico. Come nel caso del placido redattore che consegna i documenti a Hanks.

Se la sceneggiatura rielabora questa storia vera plasmandola in un thriller politico-giornalistico, la regia si sgancia dalla prevedibilità visiva di un format da biopic per tornare al cinema d’avventura. Si, avventura. È questa la mano di Spielberg che si sente forte e chiara in ogni fotogramma. A prescindere da definizioni cinestetiche e inscatolamenti vari nei generi, ogni inquadratura ricerca il pathos degli elementi in scena. Li rincorre, li accarezza, li romanza, ci gira intorno creando attesa, emozione, sospensione, liberazione. Come il tavolino tondo in casa dell’editrice Katherine Graham, intorno al quale il direttore Hanks e Meryl Streep girano nel primissimo scambio a proposito dei documenti venuti alla luce.

Un piccolo tango cinematografico, o valzer se preferite, che regala azione anche dove la parola è tutto. Quel tavolino rappresenta la scelta: pubblicare o no. Sfidare il potere di uno come Nixon. Rischiare tutto in nome della verità/qualità o ingoiare silenzio per non fare affondare la nave? E in quel giro a due intorno a un tavolo Spielberg infila anche ognuno di noi con la propria coscienza. Ecco la magia di questo film. L’attrice del New Jersey per la prima volta sul set del papà di E.T. porge il suo indice, artisticamente parlando, a quello di Hanks, e uno Spielberg più sottilmente politico che mai li ritrae michelangiolisticamente. All’empatia musicale pensa l’inossidabile John Williams invece. Intorno a loro un cast robusto di caratteri che mettono in piedi il prequel ad honorem di Tutti gli uomini del presidente – diretto nel ’76 da Alan Pakula, con Redford e Hoffman. Su tutti svetta Bob Odenkirk, identico al suo Ben Bagdikian e finalmente fuori dai seriali Breaking Bad e Better Call Saul.

“L’unico modo per avere libertà di stampa è pubblicare” è il mantra di Bradlee/Hanks. Si resta col fiato sospeso fino alla fine con The Post, anche se la storia è nota. Il tremore delle rotative notturne che fa vibrare le scrivanie in redazione è un’altra metafora, ma sulla potenza e sulla funzione sociale della stampa. I protagonisti parlano di qualità come mai prima al cinema. E per qualità non s’intende definizione in pixel, ma contenuti. Meryl Streep poi incarna la grazia di una donna onesta, un’editrice in un mondo di uomini che pur pressata dal più e meno cordiale maschilismo dei colletti bianchi riuscì a ribaltare la sua fragilità in forza sfoderando il coraggio della giustizia, rischiando quel tutto di cui sopra.

Così, Oscar o meno, questo 31esimo lavoro di Spielberg ci sussurra decisamente e senza fronzoli che la libertà di stampa dovrebbe essere senza tempo e per tutti i tempi. E ce lo dice con la voce di una donna. La voce di un’attrice che è un gigante del suo tempo e probabilmente lo resterà per quelli a venire. Come quella Magnani che le ha fatto venire gli occhi lucidi da Fazio domenica sera. Ma lei, in conferenza stampa, il giorno dopo a Milano, rivolgeva la sua attenzione alle  donne che fanno un paese anche riferendosi alla nuova epoca di molestie emerse: “Perché c’è voluto così tanto perché le donne dicessero Adesso basta, il tempo è finto? Perché gli esseri umani imparano molto lentamente.

Non lo so di preciso ma l’aria è cambiata, sta cambiando. E non solo a Hollywood ma anche nell’ambito militare, nel Congresso, nei vari settori e sui posti di lavoro. La situazione di sta modificando. Questa ribellione ha coinvolto molte donne e grandi uomini. Ma loro, devo dire, hanno sempre combattuto contro questo problema. Donne che lavorano nei ristoranti, negli ospedali, nell’agricoltura. Dove ci si batte già da anni. Al coinvolgimento di Hollywood le persone si sono sentite coraggiose. Prevedo che ci sarà qualche passo indietro, ma poi si continuerà ad andare avanti. Sono molto ottimista perché credo questi siano momenti molto interessanti”.