L’Italia sbarca in Niger. La Camera in chiusura di questa XVIII legislatura ha approvato a larghe intese le nuove missioni all’estero del 2018. Al confine con la Libia meridionale saranno impiegati tra i 120 e i 470 soldati italiani. La base delle operazioni sarà a Madama, dove già ci sono i francesi con l’operazione Barkhane (antiterrorismo).

La missione in Niger è la seconda più costosa approvata dal governo: 30 milioni di euro, perché il Niger (insieme a Libia e Tunisia) è la nuova area geografica «ritenuta di prioritario interesse strategico in relazione alle esigenze di sicurezza e difesa nazionali».

A settembre con Emanuele Piano, Riccardo Cremona eAïr-Info Agadez sono stata per Nemo – Nessuno Escluso (potete vederlo qui) in Niger, il paese di transito per tutti i migranti che sognano l’Europa. Il Niger è un paese poverissimo, lo capisci subito appena atterri a Niamey: 187mo su 188 nell’indice mondiale di sviluppo. Ha 18 milioni di abitanti, 80% musulmani e il più alto tasso di crescita demografica del mondo, circa il 3%. Ovunque bambini scalzi e sorridenti. I nigerini migrano pochissimo. L’87% vive di agricoltura, il 45% vive sotto la soglia di povertà. Nelle città di frontiera si vive invece di migranti. 

Agadez è la principale città di frontiera da cui si transita per andare verso la Libia o l’Algeria. Da qui inizia il Sahara. Prima del mare, bisogna sopravvivere al deserto. Da Agadez alla frontiera con la Libia ci sono circa 1300km. 2-3 giorni di viaggio.

Prima erano i Tuareg ed i Toubou locali ad organizzare il trasporto, famiglie collegate da secoli fra Libia e Niger. Tutto alla luce del sole. Poi nel 2015, spinto dall’Europa e dalle promesse di aiuti economici, il Parlamento nigerino ha varato una nuova legge: trasportare i migranti è illegale.

La polizia ora arresta i passeur e confisca i veicoli. Chi è in transito è costretto a nascondersi. Il paradosso è che tutti i cittadini dei 15 paesi dell’area Ecowas – Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale – non hanno bisogno di un visto per spostarsi. La Libia ha storicamente un accordo con il Niger che favorisce la libera circolazione di persone e merci. Questa per gli abitanti dell’Africa Occidentale è come la nostra area Schengen. Eppure oggi la polizia in Niger ha il compito di fermare chiunque è sospettato di voler andare in Europa.

Con la polizia nigerina a settembre scorso ho pattugliato per una notte intera un tratto a nord di Agadez. I poliziotti non erano della zona, venivano quasi tutti da Niamey, anche il capo. “Il governo non si fida dei locali – mi hanno confessato – qui tutti trasportavano migranti. Così hanno chiamato noi da fuori per i pattugliamenti notturni”. Si capisce subito infatti che non conoscono la sabbia di questa zona. Si perdono facilmente. Hanno anche pochissimi mezzi. Le radiotrasmittenti non funzionano. Nemmeno il gps. Così nel cuore della notte restiamo per ore nel deserto ad attendere di essere recuperati da un’altra pattuglia.

Agadez oggi è il nuovo limbo per chi fugge, nuova terra di conquista per trafficanti spregiudicati. Basta pochissimo per finire nel circuito infernale del credito, che trasforma esseri umani in schiavi, prostitute, ostaggi, donatori involontari di organi nel sud della Libia.

Il Danish Refugee Council stima che il numero di migranti che muoiono prima di raggiungere le coste della Libia o dell’Egitto sia superiore a quello di coloro che periscono nel Mediterraneo.

Oggi le nuove regole non hanno fermato le partenze, hanno solo stravolto le rotte e le hanno rese clandestine: i costi sono triplicati. Più controlli, più pericoli e quindi più soldi a passeggero. Si viaggia prevalentemente di notte per evitare i posti di blocco dei militari. I pick-up seguono rotte alternative, che aggirano le basi. Ci sono punti di raccolta in mezzo al deserto che cambiano spesso, a seconda delle informazioni sui controlli che i trafficanti riescono a reperire.

Il risultato è… molti più morti nel deserto! Decine. Tutti i giorni. Sepolti nella sabbia.

Chi sopravvive, racconta così…

Ascolta la testimonianza di Amar
“Nessuno è sopravvissuto, tranne me”

Amar è stato abbandonato di notte, nel deserto, con il gruppo con cui viaggiava. Accade sempre più spesso ormai. E nemmeno davanti ad una telecamera i trafficanti si giustificano o negano.

Ascolta l’intervista al trafficante
“Ecco come aggiriamo i nuovi controlli e se incrociamo pattuglie abbandoniamo i migranti e scappiamo”

Dunque la repressione imposta per legge dal 2015 e finanziata dall’Unione Europea vista da Agadez non sembra aver fermato i traffici.

Questo deserto è grande quanto l’Europa. I migranti muoiono molto prima di Madama. I trafficanti, alla vista del primo militare, o anche solo se rischiano di restare in panne, abbandonano nel deserto uomini e donne. Senza farsi alcuno scrupolo.

Come si convince un uomo in fuga lungo questa rotta a tornare indietro? L’ho chiesto a molti nel corso del mio viaggio. Quasi tutti mi hanno risposto che piuttosto preferirebbero la morte. È impressionante l’età della maggior parte di coloro che ho incontrato e intervistato: tra i 12 e i 25 anni. Hanno la determinazione negli occhi. Alle spalle non lasciano niente, nemmeno le famiglie. Molti sono orfani.

Nel 2017 però 18mila migranti hanno scelto di tornare indietro, con i rimpatri volontari gestiti dall’OIM. Chissà quanti valuterebbero di non rischiare la vita nel deserto e di tornare a casa (ammesso che una casa ci sia) se avessero un’opportunità. Se fossero assistiti e affiancati per realizzare un lavoro sostenibile. I progetti di reintegro costano appena 10-15mila euro, per finanziare una radio comunitaria, comprare un camion frigo o una barca da pesca, mettere su un alloggio pubblico.

Non tutti i problemi possono essere risolti così. Ma in questo viaggio, più che in altri, ho constatato che sono tantissimi i giovani che avendo un’opportunità non partirebbero. Non stiamo parlando di assistenzialismo, né di somministrazione di pasti o posti letto. Lavoro, casa, elettricità, riscaldamento. Autodeterminazione!

Amar vuole fare il contadino. Gli serve l’elettricità e un sostegno economico. Molte storie potrebbero essere risolte così, in Africa.

“Aiutiamoli a casa loro” è solo uno slogan elettorale.

Niger, Settembre 2017 – Foto di Valentina Petrini