di Carblogger

Carlos Ghosn e Sergio Marchionne sono i Ceo, i numero uno più longevi nell’industria dell’automobile. Il primo è presidente e amministratore delegato di Renault-Nissan (ora con anche Mitsubishi) dal maggio 2005; il secondo di Fiat (e poi di Fiat Chyrsler) dal giugno 2004. Nessuno come loro identifica i rispettivi gruppi, governati con pugno di ferro e con chiaro culto della personalità. In pubblico e in privato.

Nel 2018, Ghosn e Marchionne mollano, dicono o lasciano dire. Per motivi diversi, quanto entrambi fortemente condizionati dalla politica. Di entrambi se ne era già occupato Lepouquitousse su questo blog quasi un anno fa. E’ ora di tornarci su.  Cacciatori di teste stanno cercando il successore di Ghosn a Renault che sarà annunciato in febbraio, ha scritto il 21 dicembre il quotidiano economico francese Les Echos, solitamente bene informato quando tratta di materia legata alla mano pubblica. E lo Stato francese detiene ancora il 15% del gruppo francese, dopo aver ceduto un 5% il mese sorso.

Ghosn arrivò in Renault proprio dopo una telefonata nell’aprile del 1996 di un cacciatore di teste, era un ex collega dell’Ecole polytechnique che conosceva bene, per poi salire da numero due a numero uno prima in Nissan nel 1999 e poi a Parigi dall’1 maggio 2005.

La ricostruzione di Les Echos sul 2018 di Ghosn è credibile perché calcata su quanto il governo stia addosso a questa scelta. Ghosn, è noto, non ha mai avuto relazioni facili con Emmanuel Macron, sia quando questi era ministro dell’economia, sia adesso che è presidente, a causa di una governance del gruppo messa rudemente in discussione.

In febbraio, Ghosn starà per compiere 64 anni e chiudere un bilancio record, forse anche da primo gruppo mondiale dell’auto per il 2017. Se riuscisse a tenersi la presidenza di Renault dopo quella di Nissan lasciando l’operatività, sarebbe l’ennesimo colpo di genio. Ma al di là di un contratto in scadenza, per lui abbandonare ormai è una necessità, considerando la nuova longevità di Macron.

Marchionne, 66 anni nel giugno del 2018, ha annunciato (a differenza di Ghosn) di voler lasciare alla fine dell’anno, presentandosi dimissionario all’assemblea degli azionisti di aprile 2019. Lui (sempre a differenza di Ghosn) era stato chiamato, come mi disse una volta, per “una emergenza, era morto Umberto e speravo che il mio predecessore non se ne andasse”. Ma la sua successione è completamente aperta, anche perché non è chiaro che cosa sarà Fiat Chrysler fra un anno (sempre a differenza di Renault-Nissan-Mitsubishi).

Marchionne ha da tempo messo pubblicamente in vendita Fiat Chrysler, ricevendo finora dei no anche clamorosi. Il primo obiettivo di azzerare il debito entro fine 2018 è una ulteriore conferma del suo progetto. Ma come per Ghosn, la politica non lo aiuta, anzi.

Se l’amministrazione Obama ha permesso la fusione tra Fiat e Chrysler nel 2009 con i soldi dei contribuenti americani – ripagati in anticipo tanto che l’operazione resterà comunque il monumento di Marchionne – l’amministrazione Trump ha alzato un muro. Il centro del mondo si è spostato da tempo in Asia e qui il Ceo italiano puntava (concordo pienamente) a vendere il suo gruppo, in parte o per intero. Ma Trump non permetterà mai che dei cinesi sbarchino a Detroit.

Politique d’abord, come direbbe Macron. Mai dire mai con Marchionne, ma le leggi dell’Olimpo sono lontane: gli dèi della politica oggi non tollerano immortali che non siano se stessi.