La scena potrebbe apparire a prima vista curiosa. Siamo lungo le strade del Giro d’Italia. Il campione di ciclismo Vincenzo Nibali, messinese, soprannominato dai tifosi ‘lo squalo dello Stretto’ e già vincitore delle più importanti corse a tappe sulle due ruote, Tour de France, Giro d’Italia e Vuelta di Spagna, si sta allenando con la propria squadra, il Bahrain Merida pro cycling team. Il campione siciliano e alcuni suoi compagni indossano, però, insieme al tradizionale caschetto, strane cuffie che nascondono elettrodi per la stimolazione del cervello. E sembrano avvertire di meno la fatica della pedalata. Come mai? La squadra di Nibali ha appena firmato una partnership con l’Istituto delle Riabilitazioni Riba di Torino, gruppo Cidimu: il centro medico d’eccellenza piemontese sarà per tutto il 2018 la clinica ufficiale della squadra. Tra le innovazioni che gli esperti del centro torinese sperimenteranno per l’allenamento di Nibali e compagni c’è una tecnica di medicina dello sport utilizzata finora dai saltatori con gli sci, la stimolazione transcranica a corrente continua. “La prestazione agonistica di alto livello è una miscela di prestazione fisica e mentale. Con la stimolazione transcranica – spiega Ugo Riba, presidente del gruppo Cidimu – siamo in grado di agire sulla gestione della fatica, sulla precisione e rapidità del gesto atletico e sulla fase di recupero dopo una gara. Questo – continua l’esperto – permette all’atleta di esprimersi al massimo delle sue reali possibilità, senza alterare nulla del fisico”.

Alterare il fisico, è questo il punto che solleva interrogativi: questo tipo di trattamento, basato su deboli correnti elettriche non percepibili dall’individuo, può essere considerato una forma di doping, un doping cerebrale? Ilfattoquotidiano.it lo ha chiesto a Samuele Marcora, scienziato dell’University of Kent, nel Regno Unito, da anni all’estero per condurre le proprie ricerche e in procinto di rientrare in Italia per via della Brexit. Marcora, in un studio pubblicato alcuni mesi fa sulla rivista Brain Stimulation, ha dimostrato che la stimolazione transcranica “migliora la performance in individui sani”. “Quello del doping cerebrale è un discorso etico – sottolinea Marcora – Se l’effetto positivo sulla prestazione verrà confermato da ulteriori studi e se gli atleti inizieranno ad usarla, l’Agenzia mondiale antidoping (Wada) potrebbe considerare l’inclusione della stimolazione transcranica nella lista dei metodi dopanti. Sviluppare un test antidoping – aggiunge lo scienziato – sarebbe, però, molto difficile. Inoltre, ci sono sostanze come la caffeina che, malgrado il loro effetto dopante sul cervello, sono tuttavia permesse. Secondo me – chiarisce Marcora -, se si decidesse di proibire la stimolazione transcranica, allora si dovrebbe proibire anche la caffeina. Sarebbero entrambi casi di brain doping, cioè di metodi che aumentano la prestazione agendo sul cervello”.

Ma cosa accade nel cervello di un atleta che è sottoposto alla stimolazione elettrica? “A livello biologico – spiega Marcora – la percezione dello sforzo deriva dall’intensità dei segnali mandati da due regioni cerebrali, l’area motoria supplementare e il cingolato anteriore, alla corteccia motoria primaria. Quindi, aumentando l’eccitabilità della corteccia motoria, si ottiene lo stesso risultato con minore sensazione di sforzo, e quando la percezione dello sforzo è più bassa è possibile mantenere una data potenza-velocità più a lungo. Nel nostro esperimento – sottolinea lo studioso – abbiamo dimostrato proprio che la stimolazione transcranica extra cefalica, cioè attraverso elettrodi collegati alla corteccia motoria e alla spalla, aumenta l’eccitabilità della corteccia motoria primaria, riduce la percezione dello sforzo e aumenta il tempo in cui un individuo riesce a mantenere una data potenza-velocità. Chiaramente, questo effetto potrebbe essere molto utile per atleti che fanno sport di resistenza, o sport di squadra in cui la resistenza è importante, come il ciclismo. Non stiamo parlando di effetto placebo – commenta Marcora -, ma di effetti reali che sul campo si sommano all’effetto placebo, rendendo il risultato totale ancora più marcato di quello che abbiamo descritto nello studio. È importante, però, sottolineare che altri tipi di stimolazione che abbiamo provato finora, ad esempio su due aree del cranio anziché su cranio e spalla, non funzionano. Inoltre, non è detto che gli apparecchi venduti agli atleti ottengano lo stesso risultato”.

Ma se la stimolazione del cervello può aumentare la performance atletica, esistono possibili controindicazioni nell’uso sugli sportivi? Secondo Marcora, “per applicazioni sporadiche non ci sono problemi. Ma nessuno conosce bene gli effetti di applicazioni frequenti e a lungo termine. Se fossi un atleta – conclude lo studioso -, userei la stimolazione transcranica prima di una gara importante, ma non durante tutti gli allenamenti”.

Lo studio dell’University of Kent