Dopo il passaggio al Festival di Cannes e alla Festa del Cinema di Roma nel 2016, Train to Busan è andato in onda in prima tv la sera di lunedì 11 su Rai 4 riempiendo gli schermi di zombie, azione e, dato interessante, sentimento del tutto inatteso. Tutto made in Corea del Sud. Visto il tema, una prima tv proprio nel giorno dell’attentato alla stazione dei bus di New York è stata una coincidenza poco fortunata. Però lo share è stato dell’1,5% con parental control, mentre gli spettatori hanno raggiunto il picco di 393mila. Un risultato positivo, considerando anche genere e provenienza di questo film estremo e inusuale per il prime time generalista: vanta scene forti e tematiche drammatiche che si caricano a vicenda. Ma ai tempi di The Walking Dead l’epica zombie sembra sia diventata mainstream, di serie A.

Siamo a Seoul. Un padre divorziato e immerso egoisticamente nel suo lavoro dirigenziale, per il giorno del compleanno della figlioletta, non può far altro che esaudirne il desiderio più grande: raggiungere la madre a Busan. Così inizia un viaggio in treno che si trasformerà presto in un incubo di zombie con la facoltà di correre (in barba alle classiche andature inesorabilmente strascinate), e non mancheranno battaglie per la sopravvivenza contro l’egoismo di alcuni sventurati sullo stesso convoglio di viaggiatori e pendolari.

Train to Busan di speciale non ha soltanto dinamismo ed effettistica di alta fattura, comuni a tanto cinema asiatico. Ci troviamo di fronte a un regista molto acuto, Yaon Sang-Ho, che sin dal copione tratteggia ogni personaggio ottenendo un’originale allegoria in chiave horror sull’attuale costume coreano. Emergono i vizi di una società basata sull’egoismo e una divisione spietata tra classi sociali. Al suo primo lungometraggio con attori ma già esperto di animazione Sang-ho con Train to Busan regala un poderoso sequel a Seoul Station, anime drammatico che raccontava le prime contaminazioni zombie tra i barboni di una stazione nella capitale asiatica mettendo inaspettatamente in luce emarginazione, disparità sociale, sfruttamento della prostituzione, web dipendenza e violenza sulle donne con una lucidità da farci apparire questo autore come un George Romero d’Asia. Entrambi i film, correlati di extra su concept, interviste e ciak, sono contenuti in un cofanetto home video ottimo per cimentarsi con il nuovo cinema horror orientale. Non solo truculenza quindi, ma anche eleganza stilistica e profondità autoriale. Suonerà strano ma è così.

Il cinema come rappresentazione artistica della realtà a volte riflette a modo suo o dell’autore di turno su una situazione sociale o politica calda. Anche utilizzando un linguaggio apparentemente fuorviante. Under the Shadow è un altro horror in blu-ray. Siamo nella Teheran di fine anni ottanta. In un piccolo condominio gli abitanti si nascondono spesso nelle cantine al suono delle sirene per i bombardamenti. Un ordigno inesploso s’incastra nel soffitto di un appartamento dove madre e figlioletta dovranno iniziare a convivere con una presenza invisibile e maligna. L’autore iraniano Babak Anvari utilizza al meglio tanti classici “trucchetti” per alzare l’asticella del thrilling in interni, ma lo spettro della guerra avvolge silente tante famiglie e per metafora filmica diventa Djin (l’impalpabile demone causa di tutto). Si dimostra così la voglia dei cineasti di raccontare i propri paesi, le loro culture, o la propria guerra attraverso la cinepresa. E la ricchezza in tutto ciò sta proprio nella diversità dei linguaggi estetici del cinema che approda alla televisione.

Talora accade invece che un genere venga manipolato in un film preannunciato come una specie di horror ma rivelatosi poi un’avventura di formazione. Un naufrago sull’orlo del suicidio ha il viso ovale di Paul Dano. Ma al posto di farla finita s’imbatte in un cadavere sulla spiaggia: l’ex Harry Potter Daniel Radcliffe. Swiss Army Man, dei Daniels (Dan Kwan e Daniel Scheinert), ha vinto al Sundance per la Miglior regia nel 2016, mentre uno swiss army non è altro che il coltellino svizzero. Quello multiuso. Proprio così viene utilizzato il corpo di Radcliffe per condurre Dano alla salvezza. Una pensata e una trama pazzesche sfidano continuamente lo spettatore tra umorismo bassoventrale e intenti di poetica amicizia. Sospeso tra zombie movie, commedia nera e avventura alla Crusoe, questo strambo film “di cassetta” parla di ritorno alla vita con una sensibilità che sboccia con lo scorrere dei minuti per rivelarsi formidabile nel finale. E di tutte le sue trovate e bizzarrie, sia concettuali che corporali, si parla piuttosto approfonditamente negli extra del dvd. Perciò quando tv o home video vi indicano “film horror” non storcete il naso in default: certe volte non si tratta solo di coltellate, mostri o cannibalismi fini a sé stessi, ma di qualcosa in più.

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