“Ogni volta che infrangevo una regola, realizzavo un buon film”. Il ribelle George Lucas sta tutto in questa battuta che risale all’epoca in cui creava cortometraggi per il corso di laurea in cinema alla USC. Sei film da regista in quasi 50 anni di carriera, tutto l’universo di Star Wars cucito addosso come la divisa nera di Darth Vader, una spruzzatina di glamour di quel signore con cappellaccio, frusta e pistola, al secolo Indiana Jones per l’amico Spielberg, ma soprattutto la severa e cocciuta volontà di controllare da cima a fondo, dal primo all’ultimo minuto, dalla produzione generale al più piccolo frammento di pellicola, ogni film realizzato.

Per questo ci viene in aiuto la ricca, corposa e mai indulgente biografia di George Lucas, scritta da Brian Jay Jones nel 2016, e pubblicata nelle scorse settimane da Il Castoro (George Lucas – La Biografia), dove si ripercorre come fossimo di fronte ad uno scavo archeologico tra le rovine della New Hollywood, gli inizi di un percorso da cineasta paradossalmente nato come irregolare a metà anni sessanta, poi subito “regolarizzato” ai vertici del box office con il successo planetario di Star Wars nel 1977. Discorso ancor più impellente nei giorni in cui esce l’ottavo episodio del franchise lucasiano, oramai deragliato sui binari morti dell’anonima serialità. Concetto che in molti non vogliono capire. Star Wars nacque come capriccio personale, testardaggine autoriale, purezza poetica e controllo finanziario sulla propria creatura cinematografica. E non come progetto “facile” per incassare. Leggendo le centinaia di pagine del libro di Jones, infatti, ci si accorge di come la bomba commerciale in quel sistema hollywoodiano agonizzante fosse il risultato di una ferma volontà di Lucas di escludere dal timone produttivo e creativo di Yoda e soci la già faticosa partecipazione produttiva/distributiva della 20th Century Fox. Oltretutto l’unica major dell’epoca che avesse malvolentieri e dissennatamente accettato di far partire “quella storia alla Flash Gordon” fortemente voluta dal regista californiano.

Star Wars nacque come capriccio personale, testardaggine autoriale, purezza poetica e controllo finanziario sulla propria creatura cinematografica

Come è importante ricordare che Lucas stesso, come riporta Jones, volle inventare e reiterare per Star Wars una “sua estetica da logoro universo” (si vedano i consunti set, abiti, tecnologie delle astronavi, pur essendo ipertecnologici), come la precisa volontà di lavorare nel territorio del “fantasy” invece di quello della fantascienza. Insomma le coordinate originarie formali e filosofiche che si stanno perdendo di vista in queste ore con Star Wars – Gli ultimi Jedi, rivivono tra le pagine che sembrano in presa diretta, come nei migliori biopic statunitensi sul cinema, scritte da Jones. Sappiamo che l’universo di Star Wars, soprattutto in rete, è abitato da milioni di sapienti conoscitori di ogni singolo dettaglio, modello manche finale di Superflash. Ma il fascino discreto di rievocare quei momenti in cui le idee di un visionario, amante di Godard e intestarditosi a costruire “poemi tonali” invece di film narrativamente semplici, erano ancora carta straccia non  ha prezzo. Aneddoti, spigolature, chicche, come quando il trio di attori protagonisti di Star Wars per Lucas stava per essere Christopher Walken, Will Seltzer e Terri Nunn (“più serio e realistico”), o la possibilità che al posto di Luke Skywalker (che ricordiamo che per molti mesi fu “Starkiller”) ci fosse un attore afroamericano (Glynn Turman), aprono scenari fantasiosi di una storia fatta coi se che sorprende per tentativi mancati, destini incrociati e beffe del destino (Lucas scartò Kurt Russell e Al Pacino ne ruolo di Luke, per dire). Come del resto il fatto che la parola, anzi i ruggiti e guaiti di Chewbacca derivino dalla voce di “quattro orsi, un leone, una foca e un tricheco”, fa ripiombare la mente ad un’epoca cinematografica in cui il tecnico del suono raccoglieva e registrava tracce sonore letteralmente dalla strada, anzi in questo caso da uno zoo.

Una prima versione di script con 191 scene e 33mila parole quando ancora nessuno credeva al successo planetario di Guerre stellari mostra la magniloquente ed autoriale visione del cinema da parte di Lucas

Una prima versione di script con 191 scene e 33mila parole quando ancora nessuno credeva al successo planetario di Guerre stellari mostra sia la magniloquente ed autoriale visione del cinema da parte di Lucas, sia la navigazione a vista degli studios dell’epoca. Lucas, infatti, era passato già per ben due volte (L’uomo che fuggì dal futuro, American Graffiti) le forche caudine di due differenti major (Warner, Universal) che pur agonizzanti, pretendevano ancora il controllo di una nuova levata di creatori alla Coppola, Spielberg, De Palma. Giusto è allora ripercorrere, come fa abbondantemente Jones, i cosiddetti anni della “formazione” umana e scolastica di Lucas. Quasi come fosse necessario quest’intenso preludio fatto di prove d’esame pratiche, amicizie saldate, comuni produttive tra cannabis e sala montaggio, per arrivare a capire bene cosa fu Guerre Stellari. non solo rivisitando, visionando in loop,  il significante testo del film.

Lucas è quel piccoletto ribelle che invece di studiare da secchione a scuola, seguire le orme del padre proprietario di una grossa azienda di cancelleria, corre a mille sulle strade di Modesto con la sua Bianchina (gialla!) col motore truccato (vi ricorda qualcosa?). È quel ragazzetto che non ci sa fare con le donne ma che si mette con la bella Marcia Fields – poi montatrice Oscar di Star Wars-; che fatica a scrivere una qualsiasi riga di script (“scrivere era come sputare sangue per me”), ma che va a nozze con modellini, disegni e fumetti da corredare alle sceneggiature presentate agli odiati produttori delle major. Lucas è anche il risultato dell’incrocio con i “colleghi” della New Hollywood che riscrissero, divertendosi, un bel po’ di coordinate del business cinematografico a metà anni settanta, dopo aver frequentato insieme le “pratiche” università della West Coast. Così in questa biografia si consumano decine di curiosissime pagine sul milieu infingardo, bohemien e strafottente della Zoetrope di Francis Ford Coppola che sembra aiutare Lucas nei suoi progetti, o sull’esplosione tipo getto di un geyser del franco giudizio di Brian De Palma dopo la prima privatissima di Star Wars (“Che sono tutte queste stronzate sulla Forza? Dov’è il sangue quando sparano alla gente?”). O ancora sul momento in cui Lucas è nella solita crisi di riscrittura di Star Wars e Steven Spielberg invita lui e Scorsese per mostrargli l’enorme squalo finto sospeso in un hangar che diventerà protagonista del suo fortunatissimo Lo squalo. Lucas sale su una lunga scala, mette la testa dentro le fauci del pescecane e Spielberg scherzando aziona il circuito mandibolare che poi si inceppa facendo morire di paura il nostro rimasto con mezzo corpo tra i canini aguzzi della bestia. È tra questi momenti di simbolico e gioviale svezzamento alla vita e all’atto creativo che il mito di Star Wars nasce. Nella mente di un bulletto introverso che voleva fare tutto di testa sua solo il cinema che pareva a lui.

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