Durante le settimane della campagna elettorale, per le elezioni regionali in Sicilia, il mantra di ministri, sottosegretari, sottosottosegretari e big del Pd è stato “Votare Fava significa fare un favore alla destra”. Nei pochi minuti di visita di Matteo Renzi a Catania e durante le conferenze stampa di esponenti del governo nazionale, questa era l’unica frase chiara e l’unico argomento. Un richiamo al voto utile che l’esito elettorale non ha certamente premiato. Anzi, a giudicare dai numeri, ha penalizzato, in una sorta di nemesi, chi per troppo tempo ne ha fatto lo scudo dietro cui nascondere disastri e fallimenti.

L’avversario, quindi, era Fava e il progetto di alternativa che si era messo in campo per la Sicilia. L’anomalia che andava fermata in nome del voto utile e dello spauracchio delle destre che assediavano palazzo dei normanni. Le destre, con tutto il loro carico di impresentabili e di indagati, sono tornate lo stesso al governo della regione siciliana. E senza neppure dover faticare troppo mentre i risultati di cinque anni di non governo Crocetta tiravano la volata a Musumeci. E mentre Musumeci e 5stelle duellavano per la vittoria nei primi exit poll, ancora gli esponenti del Pd in tv attaccavano Fava e il suo “aver favorito la destra di Micciché”.

Eccolo, adesso, il Micciché emblema di stagioni terribili e artefice dello storico 61 a zero nelle politiche del 2001 ritornare a governare “il parlamento più antico d’Europa”. Un’elezione con più voti di quelli di cui dispone la maggioranza, invero risicata numericamente, in Assemblea. Saranno sei, alla fine, i voti arrivati in suo soccorso. Sei voti sui 13 di cui disponeva la coalizione a sostegno del rettore Micari che si è autodefinita “il centrosinistra siciliano”. Praticamente la metà della delegazione parlamentare.

Ed è così che il terribile nemico, la rappresentazione fisica del centrodestra che ha governato con  Totò Cuffaro a giudicare dalle parole della campagna elettorale, diviene ora presidente. Rivendicando quelle stagioni e riportando indietro tutti gli orologi della politica siciliana. In una seduta dove venivano mostrate in mondovisione le schede per allontanare dicerie su franchi tiratori, in cui i Cinque stelle mostravano pratiche e tattiche da prima Repubblica (la scelta di votare un altro esponente del centrodestra per provare a scardinare il blocco di maggioranza) mentre il Pd litigava dilaniato da correnti, correntine e offerte di favori da fare e da ricevere nel buio delle urne.

L’opposizione del Pd, annunciata a suon di interviste sui giornali, è durata meno di una moda social, neppure 24 ore. Alla prima prova l’intransigenza e la pericolosa destra della campagna elettorale un lontano ricordo cancellato dalla, mai nascosta in realtà, voglia di inciucio. Con un’aggravante che rende ancora più penosa la giornata dell’elezione di Micciché per il (fu?) centrosinistra isolano: i loro voti non sono neppure stati decisivi. Un regalo di Natale anticipato alla destra e un’ulteriore buona occasione per una nuova rissa in casa dem tra accuse incrociate e parole al vetriolo scambiate a mezzo stampa. Micciché ringrazia, la Sicilia molto meno.

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