“L’Italia non ci apprezza quanto dovrebbe. Gli scienziati, qui, sono il top della società”. Basta una frase per raccontare la storia di Davide Martizzi: 31 anni, dopo una laurea in fisica a Roma Tre, una specialistica in astrofisica e un dottorato in cosmologia computazionale a Zurigo, è arrivata la chiamata dagli Stati Uniti. Da tre anni Davide vive e lavora a Berkeley, in California. Quello che considera “uno dei posti migliori al mondo per il mio settore” e dove “qualità della vita è altissima”.

Nato a Roma nel 1985, ha passato la sua infanzia tra Ostia e la capitale. “Durante i miei lavori di tesi triennale e specialistica mi sono concentrato sulla risoluzione di problemi aperti di cosmologia osservativa”, ricorda. A gennaio 2011 ottiene il dottorato all’Institute for Theoretical Physics presso l’University of Zurich, concentrandosi sugli effetti dei buchi neri nelle galassie. Nell’ottobre del 2013, due mesi dopo aver completato il dottorato, Davide si trasferisce a Berkeley come postdoctoral fellow.

“Nella mia posizione attuale sono pagato per fare ricerca indipendente nell’ambito dell’astrofisica computazionale”, spiega Davide. Per tre anni il ricercatore è stato finanziato tramite due grants svizzeri della Swiss National Science Foundation. Nell’ultimo anno i suoi studi sono stati invece finanziati da Nsf e Nasa.

In Italia dopo l’istruzione non c’è un avviamento al lavoro

La giornata al dipartimento di Astronomia è molto flessibile: “Certi giorni posso lavorare da un bar o da casa, l’importante è portare avanti il progetto”, racconta. Alle 12 ogni giorno c’è un lunch seminar, dove si discute di scienza mentre si pranza. Differenze con l’Italia? Davide la sintetizza così: “Nel bene e nel male, qui studiare nei posti migliori costa tantissimo, ce la fanno solo i ricchi o gli studenti più bravi. In Italia è il contrario: quasi tutti possono permettersi di studiare, anche per molti anni. Ma, rispetto agli Usa, oltre all’istruzione non c’è un avviamento al lavoro”.

E se in Italia “i datori di lavoro sembrano tenere gli stagisti in un limbo senza stipendio, ottenendo facilmente manodopera gratuita” negli Usa gli stage “sono chiamati internship, e sono esperienze che molti studenti fanno durante il percorso di studi durante i periodi estivi, oppure subito dopo aver ottenuto un titolo di studio”. I laureandi americani, insomma, sono molto guidati nei loro anni accademici, e gli esami sono “molto più snelli dei nostri – continua Davide –. Cosa che permette di avere 2-3 mesi estivi per fare altro. E invece di andare in vacanza, qui se ne vanno a fare una internship, anche quando hanno solo 20 anni”. Questo vuol dire che avranno già esperienze professionali prima di laurearsi. Forse non saranno stati temprati dai mega-esami tipici in Italia, ma gli studenti americani “escono dal corso di laurea con più esperienza pratica di noi”.

In Italia serve supporto per persone di talento, serve attrarre ricercatori dall’estero invece di perderli, serve dare voce ai ricercatori nei media

Per Davide si tratta anche di un problema di mentalità: “La nostra società guarda al passato. L’italiano medio non apprezza a pieno il ruolo di uno scienziato o di un ingegnere. Qui invece godono di alto prestigio, perché la maggioranza delle persone, e spesso anche i politici, si rende conto dei vantaggi e della ricchezza che queste persone generano”. Il ricercatore di origini romane continua con un appello: “In Italia serve supporto per persone di talento, serve attrarre ricercatori dall’estero invece di perderli, serve dare voce ai ricercatori nei media. Bisognerebbe far passare il ricercatore come ruolo modello nella società, invece che come sfigato”. E poi ridurre, e di tanto, la burocrazia: “Se dico ai miei colleghi americani che per diventare professore universitario in Italia bisogna fare un temino e un esame, mi ridono in faccia”.

La comunità di astrofisici professionisti nel mondo non è grandissima, ma è molto attiva, capace di produrre una massa enorme di articoli ogni mese. Tornare? Il piano è un po’ complicato. A Davide piacerebbe, certo, ma nel suo campo ci sono poche cattedre da professore. “Non posso permettermi di cercare solo in Italia se voglio continuare ad avere un lavoro”. Nei prossimi anni si dividerà per le sue ricerche tra Stati Uniti e Danimarca. Ma dopo otto anni passati all’estero, ha riscoperto aspetti del suo Paese che dava per scontati. Tanto da sperare in un ritorno, un giorno. “Sarebbe bello trovare un posto da professore in Europa. In ogni caso – conclude – spero di riuscire a tornare in Italia per la pensione”.

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