Altri trent’anni di carcere per Maurizio Minghella, serial killer nato 59 anni fa a Genova, già condannato a diversi ergastoli per gli omicidi di sette prostitute. La decisione è stata presa intorno mezzogiorno dalla Corte d’assise di Torino che ha accolto la richiesta del sostituto procuratore Roberto Sparagna.

In questo processo Minghella era accusato di aver ucciso una giovane albanese, Floreta Islami, uccisa nel giorno di San Valentino nel 1998 nelle campagne di Rivoli, nella cintura del capoluogo. Un omicidio come ne erano avvenuti molti nel Torinese tra il 1996 e il 1998, alcuni dei quali commessi proprio da Minghella che, condannato per gli assassini di quattro prostitute avvenuti a Genova alla fine degli anni Settanta, in quel periodo stava scontando le sue condanne in regime di semilibertà, cioè con la possibilità di uscire dal carcere durante il giorno per andare a lavorare.

Su alcuni casi irrisolti avvenuti nello stesso periodo, nel 2015 la questura di Torino aveva avviato una serie di nuovi accertamenti. Uno di questi ha riguardato la sciarpa di lana rossa usata per strangolare la Islami, 29 anni al momento della morte. Quasi venti anni dopo le nuove tecnologie biomolecolari utilizzate dalla polizia scientifica hanno permesso di rinvenire il Dna di Minghella tra le fibre della lana.

A dare un altro indizio c’è il fatto che in quel periodo il killer in semilibertà era stato avvistato in quella zona di periferia mentre osservava le prostitute. Per questa ragione l’8 marzo 2016 il gip Cristiano Trevisan ha firmato un nuovo arresto per Minghella, che era già in carcere per scontare l’ergastolo per l’omicidio di tre prostitute (uccise a fine anni Novanta), pena confermata dalla Cassazione nel 2005, ma a cui mancavano pochi mesi per ottenere un regime detentivo più leggero. Poteva esserci il rischio che tornasse a uccidere, come aveva fatto in passato: “Si desume dalle due condanne per evasione (realizzata con modalità studiate e spregiudicate) che denotano come l’indagato non riesca a frenare il proprio impulso a sottrarsi alla carcerazione inflittagli in conseguenza delle gravi condotte commesse”, aveva scritto il gip nell’ordinanza di custodia cautelare.

Rinviato a giudizio, Minghella – difeso dall’avvocato Lucia Franzese – non si è mai presentato in aula. “Vorrei essere dimenticato”, ha fatto sapere tramite il suo legale, respingendo ogni accusa. Nessuno però può dimenticarlo, non la procura, né la polizia. “Sarebbe consolante – ha detto nel corso della requisitoria il pm Sparagna – concludere che si tratta di un uomo incapace di intendere e volere, in preda a istinti compulsivi e irrefrenabili. Ma non è un malato di mente, è una persona normale che sa scegliere tra il bene e il male”. La squadra mobile, diretta da Marco Martino, continua invece a indagare su cinque “cold case”, cinque omicidi di prostituti rimasti senza responsabili. L’ipotesi è che siano stati compiuti da Minghella.