Fotografa l’inferno da 40 anni. E’ una leggenda vivente ma tira dritto. James Nachtwey è un fotografo che va conosciuto per una lunga serie di ragioni.
Occasione importante per farlo è la grande mostra retrospettiva “Memoria” (170 fotografie, la più imponente e completa mai realizzata, curata da Roberto Koch e dallo stesso Nachtwey), che inizia il suo lungo tour mondiale proprio dall’Italia (Palazzo Reale di Milano, dal 1.12.2017 al 4.3.2018).
Dove si soffre, dove si lotta, dove si spara, dove regnano fame, conflitti, disperazione, malattie e disastri, lui c’è, e c’è la sua macchina fotografica. E lì, nel mezzo dell’Inferno (ha intitolato “Inferno” il suo libro più intenso) Nachtwey trova immagini potentissime nel contenuto quanto sul piano estetico.

NON USARE

La torre sud del World Trade Center collassa  dopo l’attentato (New York, 11.09.2001) © James Nachtwey / Contrasto

Ed eccoci subito alla questione che lo perseguita da sempre in termini di critiche e polemiche: tralasciando che alla sua vocazione di testimone (e nessuno lo ha costretto) ha sacrificato molto in termini personali e privati, tralasciando che la sua attività fotografica ha messo più volte a repentaglio la sua stessa sopravvivenza regalandogli gravi ferite, tralasciando che noi qui al caldo siamo quelli di “armiamoci e partite”, tralasciando tutto questo e molto altro, in troppi si sono concentrati su un’unica, ossessiva, accusa: occupandosi di tragedie – dicono – è insopportabile e cinica la sua ricercatezza formale. La cura perfezionistica della composizione davanti a un uomo agonizzante è sciacallaggio motivato dal narcisismo e dalla ricerca di fama e premi (che ha ricevuto in quantità). Ma chi lo afferma – forse – non ha per nulla percepito cosa ribolle dentro quell’uomo all’apparenza pacato, introverso, taciturno, naturalmente elegante e fascinoso (che molti definiscono erede di Robert Capa, affermazione francamente fantasiosa, tali e tante sono le differenze).

Che le sue fotografie, scattate in Sudan, Indonesia, Gaza, Romania, Rwanda, Somalia, El Salvador, Iraq, Afghanistan, Nepal, USA, ecc, siano effettivamente strutturate con un risultato  compositivo  formidabile non ci piove, ma quanto al perché – e questo è il punto – lasciamo parlare lo stesso Nachtwey:
“Non uso gli elementi estetici della fotografia per puro gusto estetico. Non uso quello che sta succedendo nel mondo per fare discorsi sulla fotografia. Uso la fotografia per dichiarare ciò che sta accadendo nel mondo. Io sono un testimone e voglio che la mia testimonianza sia eloquente.”
Ci dice, il fotografo, che se lui si è scelto il ruolo di testimone, deve essere “i nostri occhi” là dove noi non andiamo, e non andando non sapremmo.
Ma nel flusso ingovernabile d’immagini che ci travolge senza filtri, senza sosta e senza qualità, suo compito è anche quello di far sì che le sue fotografie s’imprimano nelle mente di chi le incrocia. Solo così, forse, riusciranno a durare nelle coscienze individuali e in quella collettiva.

James Nachtwey a Milano (foto di Leonello Bertolucci)

A scendere in quei gironi non si diverte – garantito – ma se lo fa vuole farlo fino in fondo, fino alle estreme conseguenze. E trovare là dentro, là sotto, anche forme di bellezza è qualcosa di estremo e dunque di sconvolgente. Nachtwey con l’estetica ci vuole dunque sconvolgere, essendo noi troppo assuefatti alla “normalità  del dolore” perché una foto qualsiasi dei mali del mondo riesca a colpirci.
Produrre foto iconiche con questa cura è una scelta di comunicazione molto precisa, nella consapevolezza che solo così l’insieme del suo lavoro diventa e resterà “Memoria”.
Un solo dato biografico: James Nachtwey aveva vent’anni nel ’68. Perché non voler credere che la pietas e l’empatia facciano parte proprio del suo percorso formativo, in quell’America che mandava i suoi figli in Vietnam. Anni in cui i giovani maturano un sentimento di lotta e d’impegno civile: la potenza estetica di Nachtwey è, infine, la forma che lui si è scelto per la sua lotta e il suo impegno civile contro la guerra e le ingiustizie. Uno strumento efficiente che egli ci fornisce affinché ognuno di noi si faccia qualche domanda, senza avere un alibi nel dire “io non sapevo”. Da lì il poi, sta a noi prendere coscienza o voltare le spalle.

La povertà, i senzatetto, la tossicodipendenza, il crimine, l’inquinamento, e poi la guerra e ancora la guerra, le guerre. Perché – ci dice Nachtwey – una foto rivelatrice sulla guerra è, per definizione, una foto contro la guerra.
E allora che sia potente quella foto, densa, solida, duratura, non sgrammaticata e passeggera. Che si appiccichi addosso a chi la vede. Definire queste fotografie estetizzanti è un insulto al fotografo, ben altra cosa è dire che hanno una grossa cifra estetica come valore aggiunto.
Detto questo, saranno ancora in molti a non fidarsi della buona fede di James Nachtwey, a non perdonargli un talento infinito e un immane spirito di sacrificio al servizio della memoria collettiva che – chissà perché – dovrebbe nutrirsi di foto brutte.
Amen.

 

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