Torno a parlare di Poetry Slam per vari motivi. Tutti, imho, abbastanza significativi. Il primo è che, dopo essere stato ospitato al MaXXI di Roma l’estate scorsa, lo Slam ora arriva anche a Palazzo Grassi, a Venezia. Nel suo teatrino, infatti, con la collaborazione della valorosissima libreria veneziana MarcoPolo, si terrà il prossimo 14 dicembre il Versus! Poetry Slam, uno Slam internazionale, condotto da Alessandro Burbank e Marko Miladinovic a cui parteciperanno Eugenia Galli, Raquel Lima (Portogallo), Youness Mernissi (Belgio), Evelyn Rasmussen Osazuwa (Norvegia), Laura Sam (Spagna), Simone Savogin, Luigi Socci e Rachele Pavolucci. E anche un giovanissimo selezionato dallo specifico stage per teen attivato da Palazzo Grassi education.

È rilevante che istituzioni culturali così prestigiose aprano le loro porte allo Slam: sembra indicare chiaramente come, al di là degli aspetti “sociologi”, esso sia ormai un fenomeno culturalmente importante. Che piaccia o no a chi tenta di trasformare un fenomeno poetico, tout court, in episodio circense o cabarettistico.

Certo è che continuare a lamentarsi della micragnosa editoria di poesia e poi sputare nel piatto di un medium così capace di coinvolgere tante persone (giovani e meno giovani, appassionati di poesia o principianti del genere) è un atteggiamento sinceramente sconcertante.

Il secondo motivo è che lo Slam continua a ricordarci che ogni poetica è un guanto di sfida lanciato non solo alle altre poetiche, ma sin alla poesia stessa; che lo spazio poetico non è un luogo irenico e pacificato, ma un nodo di contraddizioni e agonismo, in cui ciascuno si confronta, dialoga e si scontra con l’altro da sé. Mentre, invece, sempre più sento e leggo di un supposto criterio di ‘qualità’ che metterebbe d’accordo diavolo e acqua santa.

Andrà a finire che sin la maledizione al “poetese” di Edoardo Sanguineti sarà interpretata come una condanna limitata al “poetese” di cattiva qualità. Ma il problema, imho, non è che questo o quello scrivano “belle” poesie, ma che quelle poesie siano necessarie, indispensabili, che aprano nuovi orizzonti all’immaginario, che escogitino, e magari realizzino, nuove forme artistiche e comunicative. L’apprezzamento stilistico, non ci dice nulla sullo stato attuale della poesia, dei suoi futuri, delle sue miserie e dei suoi paradigmi.

L’uso della lingua è sempre politico e che qualcuno scriva oggi declinando modelli d’inizio Novecento ne fa solo un epigone di buona qualità, o un qualificato manierista. Il terzo motivo è che, in barba alla vulgata endogena delle camarille poetiche nostrane, lo Slam non è affatto solo poesia comica, o, come dicono, pervertendo il significato del lemma, stand up poetry. Poesia facile, insomma, che strizza l’occhio al pubblico, cabaret. Anzi.

Non fa stand up poetry Simone Savogin (per due volte Campione italiano), né un poeta raffinatissimo e caustico come Luigi Socci. Non è poesia facile o comica quella dei veneziani Alessandro Burbank e Julian Zhara, dei lombardi Dome Bulfaro e Paolo Agrati, né quella di autori giovani, ma già letterariamente autorevoli come Gabriele Stera, Adriano Padua, Alfonso Maria Petrosino, o del gruppo Mitilanti di La Spezia, o di Eugenia Galli e dei suoi sodali di ZooPalco, o quella di Giacomo Sandron, Francesca Gironi, Matteo Di Genova, Dimitri Ruggeri, Nicolas Cunial, Marco Simonelli, Christian Sinicco, Giacomo Sandron.

E allo slam hanno partecipato, magari per una volta, o due, o anche spesso, autori insospettabili di qualsiasi faciloneria: Valerio Magrelli, Rosaria Lo Russo, Tiziana Cera Rosco, Tiziano Scarpa, Luigi Nacci, Sara Ventroni, Marthia Carrozzo, Chiara Daino, Antonella Bukovaz, per esempio. E faceva slam anche Alberto Dubito, oggi un punto di riferimento affermato per le nuove generazioni di autori. E questo vale anche per l’estero, penso ad autori come il portoghese Nilson Muñiz, la svedese Olivia Bergdhal, il tedesco Bastian Böettcher, Raquel Lima o Youness Mernissi.

Ma è un elenco che potrei continuare a lungo, sia al di qua, che di là dalla frontiera di Chiasso. Anche perché il Poetry Slam non è una poetica, ma un medium, e anzi molto di quanto si esegue sui suoi palchi, a stare al testo, sarebbe, senza dubbio, poesia lirica, neanche di cattiva qualità.

Il quarto motivo è che la stand up poetry, la migliore almeno, (penso a Stefano Raspini, a Sergio Garau e a Sparajurji Lab, ad Alessandra Racca, Marko Miladinovic, Ferdinando Tricarico, Davide Passoni) quella vera, quella che chiede la collaborazione attiva del pubblico, che lo coinvolge, che è brechtianamente semplice, divertente, ma non semplicistica, parla della realtà.

Magari ridendone, ma lo fa bene, benissimo, è caustica, dissacrante, surreale, ironica, scanzonata, sarcastica, irreverente, la analizza, la sbeffeggia – mentre i lirici continuano a descrivere, con grande qualità ça va sans dire, le forme sublimi e autoreferenziali del proprio ombelico, certo turbato e blasé (bisogna ammetterlo codesto engagement) dalla realtà (che, se la si lascia fuori dalla porta, quella rientra dalla finestra, anche da quella delle liricissime monadi).

Mentre altri, ricercano, ricercano, e installano versi non-versi post-poetici, assolutamente non assertivi, per happy few (dai Fedeli d’amore ai fedeli di Gleize, per dire…). Leggere, ascoltare, partecipare e vedere – per esempio a Venezia – per credere.

L’immagine in evidenza è tratta dalla pagina Facebook di Poetry Slam – Italia