Avevano detto che era salito sulla torre per cercare il campo per il telefonino. Avevano detto che aveva scelto quel posto per una prova di forza, per fare le trazioni. Avevano detto che era stato un incidente. Avevano detto che a 26 anni, soldato di leva, da pochi mesi laureato in giurisprudenza, si era ammazzato in quella caserma di Pisa, dov’era appena arrivato. Avevano detto, ma nulla di quello che hanno detto era vero. Avevano detto, ma la catena di comando della Folgore copriva i veri responsabili. Emanuele Scieri, secondo la commissione d’inchiesta, fu ucciso. Lo aggredirono. Fu costretto a salire sulla scaletta della torre di asciugatura dei paracadute. Dalla parte esterna, senza protezioni, con le scarpe slacciate. Poteva tenersi solo con le braccia. E gli pestarono le mani con gli scarponi e lui non ce la fece più, fino a mollare la presa, fino a precipitare per 12 metri, fino a spezzarsi la colonna vertebrale. Emanuele non morì subito. Respirò ancora per almeno 6 ore, se non 8. Il suo corpo, invece, fu trovato dopo tre giorni. Nessuno ha aiutato Scieri da vivo, nessuno ha aiutato Scieri da morto. Le inchieste – penale e militare – si attorcigliarono intorno ai non ricordo, i non so, i non c’ero, le contraddizioni, i silenzi, le bugie, le anomalie ancora oggi rimaste insolute. Secondo la commissione d’inchiesta della Camera, che ha votato la relazione conclusiva all’unanimità, nella caserma Gamerra avvenivano “gravi atti di violenza che non potevano essere ridotti a “goliardia“. I controlli in caserma erano “blandi”, perfino “dopo il contrappello”, con diversi parà che uscivano semplicemente scavalcando il muro di cinta, come i ragazzini nei collegi dei telefilm. L’area della caserma dove fu ritrovato il corpo senza vita di Scieri – semi-nascosto tra alcuni tavoli – era isolata, eppure presidiata dagli “anziani”. La usavano come spazio di rifugio, di svago. Uno spazio fuori dal controllo diretto delle gerarchie. Esente dalle regole, eppure “noto e tollerato dai comandanti”.

Silenzi e contraddizioni durati per vent’anni
Emanuele Scieri, per tutti Lele, è richiamato sotto le armi nel luglio 1999. Finisce al Centro di addestramento di Firenze, poi viene trasferito in pullman a Pisa il 13 agosto. Sistema i bagagli in camerata e, insieme ad altri, esce per una passeggiata in centro. Rientra in caserma alle 22.15, ma al contrappello delle 23.45 non risponde. Diversi colleghi giurano che è tornato in caserma, Scieri viene dato per non rientrato. In realtà è già morto. I non so, i non c’ero, i non ricordo, i silenzi e le contraddizioni sono rimasti lì per quasi vent’anni, usciti di nuovo in commissione. Come i vuoti di memoria di Stefano Viberti, l’ultimo ad aver visto Scieri vivo: “Eravamo stati in piazza dei Miracoli – ha ribadito in commissione – Ci fermammo davanti al casermaggio dove avevamo ritirato le lenzuola, in una zona vicina a dove poi è stato ritrovato. Fumammo insieme una sigaretta, poi io rientrai, lui mi disse che doveva fare una telefonata, lo lasciai lì”. Ma Scieri non fece mai nessuna telefonata. I deputati hanno sentito i commilitoni, i vertici della Brigata Folgore e i carabinieri che indagarono e dicono di aver trovato prove sufficienti e profili di responsabilità consegnati alla procura di Pisa. Ora, conclude Amoddio, “speriamo che il nostro lavoro possa restituire verità e giustizia alla memoria di Emanuele, alla sua famiglia e alla democrazia del nostro Paese”. Il punto di sarà quello che ripetono da 18 anni gli amici e la mamma di Emanuele, Isabella, che non hanno mai creduto al suicidio né a una caduta accidentale.

Sulle cause della morte di Scieri, dunque, 18 anni dopo c’è finalmente il nero sul bianco: nonnismo. Tutti gli elementi raccolti dalla commissione passeranno da un altro processo dopo che la prima inchiesta nel 2000 si concluse con l’archiviazione. Dopo che l’inchiesta della Procura militare di La Spezia, all’epoca guidata da Marco De Paolis, sfiorò la verità: “Non è inverosimile – si leggeva nella richiesta di archiviazione – ritenere che tali lesioni dipendano dall’intervento di un’azione umana esterna, quale potrebbe essere, nell’ipotesi di un atto di ‘nonnismo’, la pressione esercitata con uno scarpone sulle mani”.

Il commilitone: “Quella volta in cui mi legarono nel vuoto con le lenzuola”
Nonnismo: una parola che sembra di tempi che non ci sono più, di altri mondi. Invece: “Una volta sono stato legato a metà scala con delle lenzuola da Ceci e Panella, da un’altezza di due metri, legato con delle lenzuola, e sono stato lanciato su dei materassi. Io, insieme alla scala”. Ride Stefano Ioanna, ex paracadutista di leva mentre testimonia in commissione. Accanto a lui, davanti ai deputati della commissione, c’è “Ceci”, cioè Daniele Ceci. Eppure per Ioanna è tutto normale: “Il ragazzo era abbastanza cattivello, niente di grave. Sono cose che uno ha accettato di intraprendere nell’anno di militare”. Ioanna fu lanciato su dei materassi, Scieri no. Prima di salire sulla scala, Emanuele era già stato picchiato. Lo dimostrano le foto del cadavere, che riportano segni di vernice e ghiaia sulla pelle delle gambe di Emanuele, ma non sui pantaloni: segno che glieli tolsero prima di picchiarlo con qualcosa di verniciato e che poi glieli rimisero. Si capirebbe così anche perché Emanuele aveva le scarpe slacciate. Si capirebbero così le ferite sul dorso del piede sinistro e sul polpaccio sinistro. Si capirebbe così anche un pestone di stivali sul dorso delle mani. “Fu obbligato a togliersi i pantaloni, poi a rimetterseli e a salire sulla scala – dice a ilfatto.it la presidente Amoddio – E’ quello che ne viene fuori logicamente, deduttivamente” .

“In quella caserma tolleranza verso nonnismo, c’era una disciplina parallela”
La commissione ha dovuto farsi spazio a fatica in una cappa di omertà di molti dei protagonisti della vicenda, tra i quali colui che all’epoca era il comandate della Folgore, il generale Enrico Celentano, autore del cosiddetto “Zibaldone”, una sorta di raccolta di vignette, motti di spirito e “regole” del nonnismo. Verso questa pratica, evidenzia Amoddio, in quel periodo alla Gamerra c’era “una altissima, sorprendente tolleranza“. Vigeva una sorta di “disciplina parallela, legata non ai regolamenti formali ma ai concetti di consuetudine e tradizione“.

Ma, tra le domande senza risposta, una pesa più di altre: chi e perché, alle 23,45, nella serata in cui Scieri muore, telefona dalla caserma a casa di Celentano, a Livorno, usando il cellulare dello stesso generale? “Non me lo ricordo” ha risposto in commissione Celentano, oggi in pensione da capo di Stato maggiore, grado che raggiunse tre mesi dopo la morte di Scieri. Celentano sostiene, contro quello che dicono i tabulati, che il cellulare lo avesse con sé, a Livorno. Il problema è che la Procura di Pisa non pensò di indagare su questa telefonata. “Abbiamo audito Enzo Iannelli, allora procuratore di Pisa – dice Stefania Prestigiacomo (Forza Italia), vicepresidente della commissione – Non ha risposto in modo sufficiente alla domanda sul perché non hanno fatto indagini sulla telefonata partita quella notte dal cellulare in uso a Celentano, né ha spiegato perché non fecero indagini sul perché Celentano fece quella stranissima visita ispettiva alle 5,30 del 15 mattina mentre c’era il corpo di Scieri a terra, ancora non rinvenuto. Iannelli ci ha detto che era irrilevante fare questa indagine. Una cosa allucinante”.

Scena del delitto inquinata, impronte prese “ad occhio”
Le inchieste nacquero storte, da subito, anche per la serie di errori marchiani sulla scena del delitto. I carabinieri raccolsero le impronte digitali “ad occhio”. Dimenticarono di rilevare le tracce di sangue. Camminarono senza calzari, senza protezioni salirono sulla scala. Usarono il cellulare di Emanuele senza usare i guanti. Non furono chiamati i Ris, non venne usato il Luminol. Un inquinamento “evidente” ha detto in commissione è stato nientemeno che il maresciallo dei carabinieri Pierluigi Arilli, che all’epoca era un luogotenente in servizio a Pisa e assistette ai primi sopralluoghi. “Sappiamo che ci dovevamo mettere dei guanti, dei calzari, ma là sinceramente non è stato fatto, il perché non glielo so dire” ha raccontato l’appuntato scelto Alessandro Pirina, incaricato dai superiori di fare le foto. “Dilettantismo allo stato brado” ha commentato Gianluca Fusilli (Pd). Infine il cellulare di Scieri, passato di mano in mano. “Il maresciallo Cataldo aveva trovato nel marsupio il cellulare di Scieri e lo aveva estratto – ha raccontato Arilli – Stava pensando come risalire nell’immediatezza al numero di cellulare. (…) Io dissi: ‘fai uno squillo al mio telefono e vediamo che numero esce’”. Ma perché dovevate accertarvene in quel momento del numero senza aver avuto nessuna delega dal pm?, gli ha chiesto la Amoddio. “Ci parve la cosa più ragionevole nell’immediatezza (…) Un errore che non rifarei” ha ammesso Arilli.

“La prova nel pullman con il riscaldamento acceso d’agosto”
Errori, vuoti di memoria, contraddizioni. “Potevamo scoraggiarci di fronte a questi atteggiamenti che non fanno onore alla Folgore, ma siamo andati avanti” ha raccontato la Prestigiacomo. Gli atti di nonnismo d’altra parte secondo la commissione venivano tollerati, coperti e in alcuni casi anche sollecitati. Erano cominciati già prima dell’arrivo a Pisa, sul pullman partito da Firenze. “Sappiamo – aveva già detto mesi fa la Prestigiacomo – che i ragazzi sono stati fatti viaggiare in pieno agosto con i finestrini chiusi ed il riscaldamento al massimo nella posizione della sfinge. Lui non era accettato perché era più grande rispetto alle reclute diciottenni, era laureato, faceva già l’avvocato. Probabilmente non accettava questi atti di sopruso”.