Cosa succede quando un animale gira un film. O almeno quando in prima persona e con il proprio sguardo registra un frammento documentario di ciò che gli capita attorno. Animal Cinema di Emilio Vavarella lo mostra senza troppi artifici formali al 35esimo Torino Film Festival, proprio nella sezione documentari. Un polipo, un granchio, un orso, uno scoiattolo, un macaco, un leone, un cane, un’aquila. Sono loro i “registi” casuali di un cortometraggio che formalmente rivoluziona, accorciandola, la distanza schizzinosa e specista tra uomo e animale. In scena sono il pointer, il grizzly e soci ad impossessarsi con zampe e tentacoli di una videocamera lasciata accesa per terra. Poi le registrazioni video finiscono su Youtube, con indirizzi diversi, languono per mesi ed anni con poche decine di visualizzazioni, infine arriva Vavarella e li monta insieme. Un lavoro di ricerca, raffinazione e completamento dell’opera durato cinque anni. “È un punto di vista non antropocentrico, in cui l’artista si mette di lato facendo in modo che la processualità dell’immagine si dispieghi. È un modo di riconoscere le forme alternative all’umano, e riconoscere il loro modo di performare l’azione conoscitiva”, spiega Vavarella, 28 anni, dottorato ad Harvard su Studi Cinematografici e Visivi, al FQMagazine. “Oggi facciamo parte di un flusso orizzontale continuo di immagini a cui partecipano tutti. Non ci sono più confini tra forme biologiche e nuovo tecnologie, ma solo un’intensità di queste immagini che varia”. Il risultato è quello di un radicale e affascinante spaesamento percettivo che ribalta e rivoluziona ogni certezza narrativa, epistemologica e simbolica del cinema. Niente più animali umanizzati che parlano come nei film della Disney, ma il loro sguardo con una videocamera tra i polpastrelli o le chele. Roba davvero da lustrarsi gli occhi.

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