Tutte le volte che le persone perbene hanno a che fare con la minaccia fascista, la loro risposta è “non ci fanno paura”. Il punto è che invece anche solo l’esigenza di ribadirlo denota, quasi come una preterizione, proprio il successo dell’effetto intimidatorio. Basta guardare il video che in queste ore sta girando in rete, e che mostra alcuni skinheads leggere un delirante comunicato, un pot-pourri nel solito gergo da comunicato, quel lessico soi-disant ‘alto’ che in realtà è un’accozzaglia di luoghi comuni linguistici. ‘Soloni’, ‘immigrazionismo’, ‘turbocapitalismo alienante’, ‘pseudo-clericali irretiti da una retorica mondialista’, progetti di ‘sostituzione di popoli con non-popoli’ (Kalergi?), ‘modernità incontrollata’, sono alcune delle espressioni che è possibile sentire guardando il video.

Mancavano i SIM (Stati Imperialisti delle Multinazionali) e il complotto demo-plutocratico-giudaico-massonico. Oppure le cose che si sentono in bocca a qualche irresponsabile che gioca a fare l’intellettuale controcorrente sguazzando nel crescente conformismo della turba rossobruna.

Ebbene, mentre questi ‘baldi giovani’ danno sfogo alla loro frustrazione mediante la loro performance, quelli della rete Como senza frontiere hanno lo sguardo fisso sul tavolo, oppure a terra, oppure leggono, seguendo, il volantino che gli è stato loro sottoposto dagli skinheads. Sono impauriti, terrorizzati, imbarazzati, le facce tiratissime, forse una persona addirittura si mette a piangere, gli occhi coperti dalla mano. Altro che “non ci fate paura”: il gesto è intimidatorio e ottiene l’effetto voluto. Di fronte a loro, una squadra in anfibi e bomber, teste rasate. L’oratore alla fine del comunicato si permette perfino di autorizzare le persone, con arrogante sarcasmo, a continuare quello che stavano facendo: “Ora potete riprendere a rovinare la nostra Patria”; qualcuno uscendo sibila un “buon business”.

Queste cose, questo lessico, girano da tempo ormai. La discussione sulla proposta di legge Fiano aveva riportato al centro del dibattito la questione dell’apologia del fascismo, cercando di andare oltre la Legge Scelba e colpendo le manifestazioni semplici o estemporanee anche qualora non mirassero a ricostituire il partito fascista. Infatti la legge Scelba colpiva proprio questo aspetto, senza intaccare però la libertà di opinione; infatti – come avevo cercato di spiegare su questo giornale – essa veniva dichiarata legittima dalla Corte costituzionale nel ’57-’58 proprio poiché la limitazione della libertà di manifestazione del pensiero prevista dall’art. 21 Cost. non era violata quando lo scopo fosse di sventare la concreta minaccia di ricostituzione del Partito nazionale fascista. La Corte costituzionale risolveva il problema legando insomma la censura della manifestazione del pensiero al pericolo concreto di ricostituzione del partito allora disciolto da circa tre lustri.

Il punto dunque non è colpire penalmente i comportamenti, posto che comunque alcuni gesti vanno sanzionati: si pensi al saluto romano fatto da un calciatore a Marzabotto, una cosa che – senza andare nel penale – meriterebbe la radiazione dai campi di calcio a vita. Il punto è colpire le strutture, le organizzazioni, i gruppi. Se davanti a una bottiglia di lambrusco uno vuole inneggiare al Duce a casa propria, che lo faccia, cosa vogliamo fargli, mandargli la polizia anti-idiozia? Se però in quella casa si assembrano in un certo numero, o se – peggio – questi gentiluomini pensano di andare nei posti a far abbassare lo sguardo alla gente, allora qualcuno dovrà pur fare qualcosa. Altro che “non ci intimidite”, la risposta è “io chiamo la polizia” per la violazione della legge Mancino, che vieta “ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”. E poi sarà la magistratura a decidere.