“Lei accennò un sorriso. Così dolce che incatenò Piero per sempre a quel volto”. Piero è introverso, figlio unico di una famiglia borghese di un’isola del Sud, approdo di migranti. Lei è Jasmine sorella del piccolo Youssef, migranti scappati dal centro di accoglienza dell’isola per non essere rimpatriati. Un incontro fortuito che cambierà la vita di Piero. Sono i personaggi chiave del nuovo e bellissimo romanzo dello scrittore casertano Donato Cutolo, Occhi chiusi spalle al mare (Edizioni Spartaco, 2017).

Una storia delicata e ben scritta in cui i conflitti bellici e interiori si (con)fondono fino a trovare pace e speranza quando chi è diverso per storia, cultura, ceto sociale e religione si riconosce nell’essere umano. A rendere il libro ancora più prezioso è la raffinata colonna sonora composta dalla pianista Rita Marcotulli, con la voce di Sergio Rubini.Un libro e un disco che lasciano in bocca il sapore amaro della vita, quel sapore forte che si impara ad apprezzare solo a una certa età, quando il palato è pronto e allora non riusciamo più a farne a meno proprio come le storie di Cutolo che restano addosso come un buon profumo.

Come nasce questo libro?
La coscienza credo abbia giocato un ruolo fondamentale nella genesi di Occhi chiusi spalle al mare: da troppi anni arrivano immagini di morti in mare, troppe le volte che dinanzi a quella vergogna ho provato senso di colpa, immobilità, impotenza. E così, giugno 2015 avevo una storia in testa e cercavo un motivo per metterla su carta, motivo che mi ha dato proprio “quella coscienza”; d’incanto ho capito dove e come collocare i personaggi, in quale scenario farli vivere e muovere. Ne è venuto fuori un libro che tocca temi interpersonali forti, famiglia amicizia amore odio integrazione e morte, sospesa fra l’intimità di un palazzo abbandonato e grandi spazi aperti come il mare, la Siria (dove narro le vicende e i drammi dei migranti); ho cercato di non essere né retorico né “invasivo”, complicato di questi tempi – in cui la strumentalizzazione del problema è dilagante –, ma spero d’aver fatto un buon lavoro, il lettore ci dirà.

Nasce prima il disco o il libro?
Il libro. Chiudo la prima bozza e la consegno ai musicisti, lasciandoli liberi di immergersi e comporre come meglio credono. Una volta che mi arrivano i brani, poi, ci penso io a creare paesaggi sonori (con synth e campionamenti) che rendano la colonna sonora affine al romanzo: è un lavoro che adoro, ricercare suoni e campioni di un certo luogo e di una certa epoca mi dà la sensazione di dare un’anima al libro, di toccare con mano ciò che ho scritto.

Come scegli i tuoi compagni di viaggio?
Sono anni che faccio questo lavoro e che giro e mi soffermo sulle persone, le loro storie, artisti di ogni calibro coi quali mi confronto e ascolto, rido e analizzo, espongo idee… e con qualcuno di loro senti che scatta qualcosa di inspiegabile, di magico, ti scegli, di una scelta che avviene in modo spontaneo e naturale, reciproca. Un po’ come l’amore vero, ci si incastra nell’anima fin da subito e ci si promette senza promettere di camminare assieme, senza paura di affrontare gli inferni e soprattutto il paradiso.

Racconti il dramma dei migranti ambientando la storia su un’isola immaginaria, Isonta, come mai questa scelta?
Dare un punto preciso, una collocazione territoriale vera, reale, avrebbe portato il lettore a interessarsi solo ed esclusivamente alla condizione di quel paese citato, di quell’area geografica, di quel mare. Invece, così facendo, e cioè creando un posto immaginario, il lettore credo sia “costretto” a pensare e a informarsi sul problema nella sua globalità e complessità, analizzare il filo spesso che lega i migranti palestinesi a quelli somali o cambogiani…