Arabia Felix, di Thorkild Hansen (traduzione di Doriana Unfer e postfazione di Ingrid Basso; Iperborea) non è solo uno dei libri più coinvolgenti e intelligenti che abbia letto ultimamente, ma uno dei libri migliori in cui mi sia mai capitato di imbattermi nella mia vita. Non mi viene altra parola per definirlo che capolavoro.

Partiamo alla ricerca della felicità, ma l’Arabia Felice non esiste. Esiste solo un paese che si chiama Yemen. Il paese a destra. Il paese a Sud. E la felicità non si trova nello Yemen, vi si trova la morte, ma di quella ce n’è a sufficienza ovunque. Tutto si basa su un equivoco. Ci sono paesi in cui siamo stati felici, ma non ci sono paesi felici”. È l’inizio del gennaio 1761 quando la nave da guerra Grønland lascia il porto di Copenhagen diretta a Costantinopoli con a bordo la prima spedizione scientifica organizzata dal regno di Danimarca. La destinazione finale è L’Arabia Felix. Ma perché l’attuale Yemen è chiamato felice? Questa è la domanda che tra le righe spunta per tutto il testo.

Costantinopoli, Alessandria, Il Cairo, il Sinai, il Mar Rosso, lo Yemen e poi l’odissea per tornare a casa dopo anni di fatiche, gioie, conquiste, fallimenti, e la morte: l’India, la Persia, l’Iraq, l’Europa danubiana e quella orientale. Tornerà a casa solo lo sconosciuto ingegnere-luogotenente Carsten Niebuhr che per il resto della vita cercherà di dare risalto alle scoperte fatte da lui e dai suoi compagni. Niebuhr è l’uomo delle curiosità e delle mappe, colui che scoprirà di avere in sé la linfa del vero viaggiatore e dell’eroe comune. “Una delle ragioni per cui il mondo non è ancora scomparso è forse che, anche nei momenti più drammatici, c’è sempre qualcuno che impassibile guarda da un’altra parte. Dei cerchi nella sabbia… Il frontone di una casa a Deft… A bordo di una nave i cui cannoni si stanno preparando a sostenere i loro argomenti di vita e di morte c’è un uomo completamente assorto nell’osservazione del passaggio di Venere“.

Per Thorkild Hansen, la spedizione danese non ha un interesse prettamente storico, ma di comprensione del nostro presente. L’autore sceglie volontariamente di dare spazio agli episodi dimenticati della storia ufficiale, fa parlare gli eroi dimenticati, coloro che sopravvivono ai margini per lasciare spazio ai pavidi di ogni latitudine, ignorando loro e la loro supponenza, tenendosi per sé i valori supremi della vita piena e culturalmente stimolante. “Puoi impedire a un cane di abbaiarti contro? O se un asino ti dà un calcio, diventi forse un uomo migliore se glielo restituisci?

Bagliori a San Pietroburgo, di Jan Brokken (traduzione di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo; Iperborea), è un viaggio che inizia nel 1975 quando la città si chiamava ancora Leningrado e l’autore olandese vi giunse per la prima volta.

Libro struggente, omaggio assoluto e malinconico di un’epoca, anzi, più epoche irripetibili. Una mappa di geografie umane e creative. Poeti dissidenti, pittori avanguardisti, musicisti illuminati, scrittori capaci di raccontare le debolezze e il coraggio universali, filosofi e intellettuali folli e disperati per sempre legati alla città fondata da Pietro il Grande.

Jan Brokken prende per mano il lettore e lo porta per le vie e i palazzi di questo unico centro culturale e artistico sulle tracce che hanno reso San Pietroburgo un luogo magico e nostalgico. “Fëdor poté venire immediatamente annoverato tra i grandi della letteratura e vivere negli agi. In quella stessa strada, la Malaja Morskaja, viveva Turgenev, nei rari momenti in cui non era all’estero, e Gogol’ quando cominciò Memorie di un pazzo: tutti nella stessa strada, che non era nemmeno molto lunga. È solo a San Pietroburgo che può succedere“.

Anna Achmatova, Dostoevskij, Gogol’, Solženicyn, Stravinskij, Malevič, Čajkovskij, Šostakovič, Brodskij, Rachmaninov, Nabokov, Esenin, il principe Jusupov, che assassinò Rasputin e fuggì a Parigi con un Rembrandt sottobraccio, Marija Judina. Una carrellata di personaggi unici, raccontati fondendo lo stile narrativo a quello del new journalism e del viaggiatore. Citazioni, appunti, pensieri messi insieme a formare un mosaico suggestivo, in un continuo confronto tra l’arte e il potere. Come disse Mandel’štam: “Solo da noi hanno rispetto per la poesia, visto che uccidono in suo nome“.