I Mossos d’esquadra, la polizia regionale, e la Guardia municipale si occupano del servizio d’ordine nelle manifestazioni secessioniste (oceaniche e pacifiche), la polizia nazionale e la Guardia Civil sono chiamate a vigilare sui cortei unionisti (moltitudinari e ugualmente pacifici).

È questo uno dei segni della disgregazione profonda che attraversa ogni ambito della società catalana. Divisi nei condomini, nei nuclei familiari, sui luoghi di lavoro, Barcellona è una città smarrita, improvvisamente rinchiusasi in sé stessa. Bisbigliando al bar o negli spostamenti in metropolitana si professa all’amico l’una o l’altra idea – non parleremmo di ideologia – in modo intimo, quasi temendo di sbilanciarsi o di dover discutere col vicino che ascolta.

E’ come se un’ombra avesse ammantato d’un tratto un posto pieno di luce, dinamico, operoso. Una tragedia collettiva, secondo Fernando Aramburu, scrittore basco autore di Patria, romanzo dell’anno ambientato nel periodo buio del separatismo dell’Eta. Un mostro bicefalo chiamato nazionalismo sta divorando la tolleranza e le aperture conquistate negli ultimi decenni, gli altri sono seguaci del franchismo, i nostri i paladini della democrazia, gli altri sono i golpisti fanatici, i nostri i campioni della solidarietà. “Noi e loro”, si ragiona così nei condomini, nei nuclei familiari, sui luoghi di lavoro.

Dimenticando che la Spagna è al 17° posto, un punteggio da democrazia completa, nel rapporto Democracy index elaborato da The Economist (l’Italia è solo ventunesima, appaiata con gli Usa, mentre la Francia occupa la 24esima posizione), analisi che valuta l’equità e la libertà delle elezioni, la sicurezza dei votanti, l’influenza di poteri o governi stranieri.

Sarà interessante vedere come i prossimi report internazionali valuteranno la mano dura usata dal governo centrale nel corso delle operazioni referendarie dello scorso 1 ottobre. Consultazione dichiarata illegale dal Tribunale costituzionale di Madrid, organo che secondo l’ex president Carles Puigdemont subirebbe l’eccessiva influenza dell’esecutivo. In effetti, la sua composizione è sbilanciata in favore della politica, dieci dei dodici membri sono designati su proposta parlamentare (con indicazione anche da parte dei Parlamenti regionali), soltanto due quelli nominati dal Consiglio del potere giudiziale – organo di autogoverno equivalente al nostro Consiglio superiore della magistratura.

Puigdemont va oltre. Dall’esilio belga ama ripetere che la Spagna non assicurerebbe una compiuta separazione dei poteri dello Stato. Inoltre, le stesse misure di carcerazione preventiva adottate dai magistrati dell’Audiencia nacional nei confronti dei vertici politici del govern catalano risponderebbero a un disegno politico con unico fine: bloccare manu militari le pulsioni secessioniste.

Non gli avrà fatto piacere leggere la nota con la quale Amnesty International ha rilevato che nella questione catalana non può parlarsi di prigionieri politici perché in campo internazionale non v’è definizione univoca di tale status. Inoltre i fatti contestati ai vertici indipendentisti, secondo l’organizzazione per i diritti umani, potrebbero avere effettiva rilevanza penale, mentre la detenzione dei responsabili delle associazioni civiche Asamblea Nacional e Omnium, Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, veniva giudicata eccessiva e sproporzionata.

Non è servito a Puigdemont il precipitoso viaggio verso Bruxelles, una fuga vile per i detrattori, un esilio strategico per i suoi sostenitori. Comunque lo si giudichi, l’ex president non è riuscito a fare breccia nelle cancellerie europee, non ha avuto ascolto nelle stanze dell’Unione.

Il suo isolamento politico corrisponde all’auto-isolamento cui sembra volersi ricacciare Barcellona, per sua vocazione, invece, città aperta e avanguardista.

Aveva forse ragione lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa, premio Nobel per la letteratura, il quale visse la Barcellona degli anni sessanta descrivendola come ‘cosmopolita, snob e provinciale‘.