Ricordate la Barbie? La compagna di Ken. Quella tutta rosa, dalle misure inverosimili, la pelle chiara, i capelli biondi e gli occhi azzurri, esempio di razza ariana bianca e dominante che escludeva o colonizzava tutte le bambine di pelle scura, di altre culture e altre usanze. Negli ultimi anni la Mattel ha ricevuto molte critiche. Spinte per lo più da un antisessismo privo di intersezionalità. Niente sulla bianchezza e molto, invece, sullo stereotipo di donna le cui misure costringevamo tante bambine a misurarsi con un modello estetico impossibile da raggiungere.

Così si realizzò tempo fa una Barbie dalle forme un po’ più umane e lì si cantò il successo delle femministe statunitensi mentre altre donne lamentavano il fatto di non aver considerato la questione da un punto di vista post coloniale. Basta con la Barbie bianca, sinonimo di successo, con l’auto decappottabile, la casa perfetta, la Jacuzzi per un bagno collettivo e la serie infinita di abiti e accessori che gli umani possono solo sognare. O anche no.

C’era la questione della “razza” e di un classismo strisciante che di certo non poteva passare inosservato. Mattel allora è corsa ai ripari. Barbie di pelle scura, con abiti normali, corpi di varie misure, pettinature diverse e la rappresentazione di una vita che dovrebbe appianare la differenza di classe. A parte questo, Mattel decide di arricchire la campagna promozionale con lo slogan Puoi essere tutto ciò che desideri e decide anche di produrre una serie di Barbie dai volti e costumi ispirati a donne che si sono distinte nel mondo con successi e lotte portate avanti con orgoglio. Ginnaste, attrici, registe, professioniste in gamba in vari settori creativi.

Quest’anno è il momento di Ibtihaj Muhammad: la prima Barbie con lo hijab. Lei è una campionessa di scherma che ha vinto alle Olimpiadi. Ha gareggiato con lo hijab portandosi dietro la storia di una donna istruita, laureata e piena di progetti futuri. Un’immagine che sfata, in tempi di islamofobia, il modello della donna “col velo” zitta e schiava, chiusa in casa e con mille divieti a rendere impossibile la sua crescita.

Mattel la propone come fonte di ispirazione per le bambine che potranno progettare piccole o grandi ribellioni lasciandosi accompagnare nell’infanzia dalle immagini di donne di valore che hanno lottato e vinto. Sulla pagina Facebook Barbie, che conta diversi milioni di fan, la discussione che segue alla pubblicazione della news sulla nuova Barbie batte ogni pessima previsione.

C’è il solito coro di donne che parlano del velo senza cognizione di causa. Senza – soprattutto – saper leggere e dare ascolto alla voce della stessa atleta, che di certo non rappresenta lo stereotipo della donna vittima. Le donne che commentano sono tutte lì a spiegare quanto il velo sia di pessimo gusto e quanto sia orribile aver reso l’immagine di una donna che parrebbe stare in un altro mondo. Chi glielo dice che l’atleta è statunitense e che non vive in Arabia Saudita?

Date le sue personali conquiste attira di certo l’antipatia di quelle che devono vittimizzarti per forza. Se non sei vittima allora le donne occidentali, bianche e neocolonialiste, non possono dire di averti civilizzato. Gli uomini d’altro canto parlano di islamizzazione dei costumi e in qualche commento c’è chi dice che il prodotto dovrà essere boicottato perché giammai un genitore che tutela la razza ariana può far giocare la propria figlia o il proprio figlio con una bambola con lo hjiab. Altri vittimizzano perché sentono leso il proprio ego proteso alla gara di salvataggio della fanciulla indifesa.

Purtroppo lei non è indifesa – giacché può ferirti con la spada senza che tu te ne accorga – non ha bisogno di essere salvata, è realizzata perché fa quello che ha scelto di fare e, pensate un po’, ha scelto anche di portare lo hjiab. Brutto essere escludenti nei confronti delle donne che non la pensano come voi.