“Comprare comprare… voti voti voti” così l’intro di un pezzo di quasi 30 anni fa dei Litfiba. Nel 2017 sembra riecheggiare mentre attraversi le strade di Palermo (ma potrebbe essere Catania o qualsiasi altro centro siciliano) il giorno dopo le accuse indirizzate ad uno dei signori del consenso. 25 euro, prezzo stracciato, il costo del voto nelle ultime ore di una campagna elettorale fatta tutta sottotraccia. Poche assemblee, nessun comizio, molte telefonate e riunioni in bar e comitati.

Una raccolta del voto scientifica. Le liste di nomi e le cifre dei voti attesi. I seggi speciali per raccattare una trentina di preferenze tra i lungodegenti. E tutto quello che possiamo immaginare nell’attesa di leggere sui giornali che già mettono l’accento su come la vicenda Tamajo sia solo la punta dell’iceberg.

Ovviamente il tutto condito dalla solita polemica sul garantismo. Come se qui il tema fosse giudiziario. Troppo facile. Può anche essere, anzi così è fino all’ultimo grado di giudizio, che Tamajo fosse ignaro delle modalità con cui veniva accresciuta la propria dote elettorale. Ma questo che cambia? E’ l’intero sistema della costruzione del consenso in Sicilia, ma oramai in tutto il paese, che mostra il suo vero volto. Un problema politico e della politica che proprio la politica dovrebbe avere il coraggio di affrontare. E invece, ancora una volta, delega alla magistratura mostrando inadeguatezza, viltà e ipocrisia.

Una costruzione del consenso che non avviene con arma del ricatto o della minaccia fisica – con buona pace delle deliranti richieste di intervento Osce – ma con l’uso sapiente delle briciole di potere o denaro. Una mollichina 10 voti. Un appuntamento 5 voti. Una stretta di mano 1 voto. 25 euro un altro voto. Molliche rese ancora più preziose con mezza Sicilia che resta a casa. In cui – ci dice swg – l’83% dei siciliani a rischio povertà non vota e il 75% dei disoccupati fa lo stesso. Numeri che quasi mai trovano spazio nelle dotte analisi su flussi elettorali.

In una Sicilia rassegnata e stanca 25 euro è molto. Una promessa è qualcosa a cui aggrapparsi per far tornare un figlio. Un deputato che ti riceve in una segreteria è una speranza. Così il consenso viene costruito, mantenuto e aumentato. E rimane immutato. Malgoverno o inchieste, scandali o ponti crollati. Nulla lo intacca. Una consapevolezza che consente spregiudicate manovre ai ras delle preferenze. Da Forza Italia al Partito Democratico e ritorno senza pagare dazio. Una politica fatta con il pallottoliere per decretare in quale lista convenga candidarsi, con quale coalizione collocarsi. Una forza che passa di padre in figlio, come il caso di Genovese insegna.

Su questo fanno leva gli “impresentabili” resi candidabili dai propri pacchetti di voti che ripuliscono relazioni dell’antimafia e fedine penali. Gli stessi che si chiede, ipocritamente, di non votare sapendo bene che i voti li riceveranno a migliaia. Voti che determineranno seggi, maggioranze e potere. Un sistema perfetto.

Davanti a questo il problema non può essere giudiziario e neppure tra garantisti e manettari, categorie odiose per altro, e neppure risolto con deleghe a commissioni antimafia. Dovrebbe essere tutto politico. Dovrebbe.