L’Aula parlamentare piena a metà, con gli indipendentisti in piedi a intonare “Els Segadors”, l’inno catalano, e gli scranni degli unionisti desolatamente vuoti, i deputati contrari allo strappo con Madrid hanno lasciato sui banchi solo bandiere spagnole e la senyera, il vessillo della Catalogna, simboli utili per sottolineare l’assenza e l’indignazione.

Questa è l’immagine del gran giorno della dichiarazione unilaterale d’indipendenza.

Eppure Barcellona è triste, smarrita nel clamore, quasi stordita dalla confusione istituzionale. Anche i separatisti, con Oriol Junqueras e Carles Puigdemont sulla prima fila, nell’indipendence-day cantavano con aria mesta il ritornello dell’inno “che tremi il nostro nemico vedendo la nostra bandiera, come facciamo cadere le spighe di grano, così segheremo le catene”.

Giogo (dovremmo qui usare le virgolette) che Barcellona ha difficoltà a spezzare, nel 1641 si proclamò una repubblica indipendente capitanata dalle masse popolari, coi contadini che intonavano la canzone “Els Segadors”, divenuta inno soltanto nel ’93, dopo averne acquisito ufficialità nel corso dei giochi olimpici dell’anno prima.

Quell’esperienza durò pochi anni, il protettorato francese si mostrò meno conciliante del regno spagnolo e presto le cose tornarono al loro posto.

Un nuovo tentativo fu portato avanti nel 1934, quando la borghesia catalana guidata da Esquerra republicana (sinistra repubblicana) di Lluís Companys – anch’egli presidente della Generalitat -, proclamò una repubblica durata dieci ore, tanto bastò a Madrid per ripristinare l’ordine.

I catalani hanno un inno con una lirica enfatica, in Spagna lunghe discussioni storiche e politiche non sono riuscite a mettere d’accordo le varie regioni su un testo condiviso, troppe polemiche quando si tratta di conciliare termini che in terra iberica sembrano incompatibili: nazione, unità, monarchia, fratellanza, sentimento comune.

L’aver individuato un inno nazionale “neutro”, privo di passione e con poca identità, non ha evitato che, in occasione delle finali della Copa del Rey spesso giocate dal Barcellona FC o da squadre basche, l’inno sia travolto da pitadas, sonori fischi di tifoserie prevalentemente nazionaliste, a stento contenuti dai fonici della televisione nazionale.

Chiassosa disapprovazione verso l’inno, l’unità nazionale e la monarchia.

Nei giorni scorsi a Girona, feudo dei secessionisti, il Comune è arrivato a dichiarare il Re Felipe VI “persona non gradita”. Barcellona è stata sul punto di approvare una risoluzione identica, solo l’opposizione di Podem, il movimento che sostiene il sindaco Ada Colau, ha evitato l’affronto, nel nome di un dialogo ancora possibile.

In queste ore, nel mezzo di tanta incertezza, viene da chiedersi quale applicazione, una volta dichiarata l’indipendenza, potrà avere la “ley de desconexión” approvata dal Parlament lo scorso settembre: nelle intenzioni dei separatisti essa diventa il testo costituzionale della nuova repubblica. Prevede che l’esercito spagnolo dovrà ritirarsi dal territorio catalano, garantisce l’amnistia per i reati politici, la nuova funzione del Tribunale Superiore – organo di appello – quale Tribunale Supremo. Inoltre chi al 31 dicembre 2016 risiedeva in Catalogna da almeno due anni potrà ambire alla doppia cittadinanza, infine Puigdemont è il Capo del nuovo Stato.

Un bel programma politico che collide con il commissariamento della Generalitat deciso, per decreto, dall’esecutivo del conservatore Mariano Rajoy, con il sostegno del PSOE e dei centristi liberali di Ciudadanos.

La forzatura degli indipendentisti sulla celebrazione del discusso referendum avrebbe potuto portare – approfittando della pressione esterna sul governo centrale – alla negoziazione di una consultazione da svolgersi secondo i crismi della legalità, riconosciuta da Madrid e dalla comunità internazionale, sulla falsariga dell’Accordo di Edimburgo, base giuridica del referendum scozzese.

Si è preferita la rottura. Junqueras e Puigdemont si sono sottomessi al ricatto politico della Cup – movimento contro il sistema, il capitalismo e l’Unione europea – nel timore di perdere consensi in favore della formazione di sinistra radicale.

Alla cocciutaggine ottusa dei leader separatisti ha fatto da contraltare l’immobilismo di Rajoy il quale, negli anni, non ha mai aperto la porta del dialogo, neanche quando era chiaro che l’atteggiamento di chiusura avrebbe favorito l’ascesa del sentimento separatista. Un politico statico, per usare un eufemismo, trincerato dietro i principi della Magna Carta, come se si trattasse di immodificabili precetti scolpiti sulle tavole della legge.

Sui due fronti, il calcolo elettorale ha prevalso su tutto. Sulla razionalità, sulle regole, sulla finezza della politica. Rimangono le macerie, l’odio sociale, il problema dell’indottrinamento nelle scuole, l’arma della discriminazione linguistica con una bilancia che ora pende decisamente a favore del catalano.

Rimane una società civile lacerata. Con una metà della Catalogna che ha preso contezza di come sia facile perdere, in pochi giorni, la credibilità internazionale costruita in anni di progresso. Quando ci si ritrova al fianco solo l’Ossezia del Sud, piccola regione caucasica, a sua volta riconosciuta soltanto dalla Russia, di fatto suo Stato protettore, e dal Venezuela di Maduro, qualche dubbio sulla strategia politica andrebbe posto.

Torna attuale un aneddoto più volte richiamato dalla stampa spagnola, l’allora premier Giulio Andreotti, in una visita a Madrid nei giorni della transizione post-franchista, chiamato ad esprimere un giudizio sulla politica iberica, lasciò cadere due parole dalle labbra sottili: “manca finezza!”. Perché la finezza talvolta è una buona qualità per situazioni politiche complicate.