“Sì, lo confesso: ho detto di no a Harvey Weinstein. D’altra parte ero in vacanza in Sardegna, mi chiama per un set estivo a Roma: ma stiamo scherzando!?!”. Benvenuti al Fiorello Show, un’ora totale di risate a crepapelle, battute al vetriolo, gag, imitazioni, balli e canti, fisicità da animale da palcoscenico allo stato puro quale l’artista catanese di fatto è. Maglione rosso, pantalone nero, chioma brizzolata ben evidente sotto i riflettori del palco della Sala Sinopoli: Rosario è pronto a intrattenere il pubblico della Festa del cinema di Roma in uno dei più attesi “Incontri Ravvicinati” organizzati da Antonio Monda, con un argomento monotematico: il cinema, naturalmente. Ma attenzione solo quello che lui ama, o che ha interpretato, in ogni caso lontanissimo dall’autorialità “che sta a Venezia, in mezzo agli snobboni, dove vincono coreani o cinesi con film dai titoli lunghissimi e surreali”. Ovazioni.

Palleggia col direttore artistico, suo corregionale, e a cui fa il verso con la voce di Jerry Lewis. “C’era un cinema a Riposto vicino alla caserma dove lavorava papà, lui mi depositava lì per 4 ore al pomeriggio quando ero appena un bambino e io vedevo i filmoni epici tipo Maciste gladiatore di Sparta”. E infatti scorre una sequenza dall’orrido peplum del 1964 che mette in scena il combattimento fra il nostro eroe e un gorilla: è in quel mentre che Fiorello inizia a commentare dal vivo la scena, “pura raffinatezza registica, maestria recitativa.. finché Gabbani muore!” Da piccolo lo showman non ha mai visto Fantasia di Disney, “scherziamo? In Sicilia era vietato” mentre crescendo ha iniziato a nutrire curiosità verso titoli come Un uomo e una donna perché “pensavo fosse un porno”. Le frequentazioni cinematografiche si accentuano negli anni ’70, con la passione per titoli come E Dio disse a Caino di Margheriti – “quei primissimi piani sugli occhi di Klaus Kinski erano delle visite oculistiche” – e Cinque dita di violenza di Chang-hwa Jeong, il primo film di arti marziali arrivato in Italia – “da cui noi ragazzini siciliani abbiamo scoperto che si poteva menare in maniera organizzata: fuori dai cinema la gente ha iniziato a menarsi con metodo..”.

Ma è con l’evocazione de La febbre del sabato sera che Fiorello raggiunge l’esaltazione, e con lui il pubblico divertito quando lo vede esibirsi live imitando Travolta le cui immagini scorrono sul grande schermo: “Avevo 17 anni e questo per me è stato il primo evento cinematografico serio, si era creata la fila persino ad Augusta, anche perché la gente non usciva mai dalla sala. Rimasi abbagliato dalla camminata di John Travolta al punto che ho iniziato a camminare anch’io così mentre andavo a fare la spesa. Quando John è venuto a trovarmi a una trasmissione su Rai Uno gli ho chiesto di fare il pezzo insieme e lui si è congratulato “lo fai meglio di me”!”

Passando ai tre titoli interpretati da Rosario, tutti mostrati con sequenze in Sala Sinopoli, l’ex animatore di villaggi turistici esprime tenerezza verso Cartoni animati (1998) di Sergio e Franco Citti (“era girato a Fiumicino, ogni minuto c’era uno stop per via degli aerei, ho dovuto ridoppiare tutti i barboni del film..ma i Citti erano dei poeti veri”), simpatia verso John Turturro che l’ha voluto cantante in Passione (“sapeva tutto dell’Italia e di Napoli e io mi vergognavo come un verme da ignorante che sono..”) mentre sul compianto Anthony Minghella Fiorello offre un dettagliato racconto della sua memorabile interpretazione canora ne Il talento di Mr Ripley. “Mi ha avvicinato a Capri Hollywood mentre cantavo in un locale Tu vuo fa’ l’americano e mi ha voluto sul set elaboratissimo del suo film in parte girato in Italia creando appositamente la scena per me! Forse aveva capito che io non so fare altro che me stesso…

Quando il film andò agli Oscar mi invitarono a tutti i party promozionali e io – a ciascuna festa – dovevo cantare la Tu vuo fa’ l’americano, ero esasperato. Qualche anno dopo mi è arrivata da Harvey Weinstein – sì proprio lui, il mostro, che già aveva prodotto Il talento di Mr Ripley – di entrare nel cast di Nine di Rob Marshall: il problema è che stavo in vacanza in Sardegna con la mia famiglia, era agosto, mi chiedevano di partire immediatamente per interpretare un cantante sullo sfondo. Gli ho detto di no: tu non sai a chi stai dicendo di no, mi è stato risposto con la postilla non lavorerai mai più in America. Ma chi ci vuole andare in America a lavorare, a me non me frega proprio niente di andare a Hollywood… soprattutto se mi rovinano il Ferragosto!”.