Esce in questi giorni, presso Carocci, La poesia italiana degli anni Duemila – Un percorso di lettura, di Paolo Giovannetti, uno dei critici italiani più attenti alla contemporaneità. Ed è un libro che, credo, farà molto parlare e discutere, se non altro perché si assume il rischio, spesso volentieri evitato da altri, di tentare di fare il punto sul presente e dunque di sfidare la proverbiale “presbiopia” della critica letteraria.

Giovannetti si assume un rischio non da poco tentando di analizzare una nebulosa così varia, dinamica, spesso contraddittoria com’è quella della poesia contemporanea. Ma non è solo questo a caratterizzarlo: lo è altrettanto la scelta (ugualmente rischiosa, se non di più) di inserire nella sua analisi anche aspetti della produzione contemporanea fortemente ellittici rispetto a ciò che normalmente siamo abituati a individuare come “poesia”. Dalla performance alle scritture “installative”, dalla spoken music alla poesia “asemantica” e di “ricerca”, al poetry slam, senza per questo trascurare le produzioni più “tradizionali” di quella che usualmente definiamo “lirica”.

Si tratta dunque – infine, dopo anni d’inutili infografiche con le quali questo o quel quotidiano tentava di formulare un credibile portolano per i navigatori nei e dei versi – di una vera e propria cartografia che disegna con rilevante profondità e acutezza il profilo del presente della poesia. Ovviamente, chi scrive non concorda su tutte le analisi e su ciascuna notazione, ma proprio perciò mi è sembrato interessante provare a approfondire con lui una serie di questioni poste dal libro, provando a enucleare alcuni snodi più “caldi” di altri.

Caro Paolo, definisci “poesia” esperienze molto diverse tra loro. Deve esistere, allora, qualcosa di comune a tutte, che faccia di tutte “poesia”. Mi sbaglio?
No, non ti sbagli. La mia è una fenomenologia dei poveri. Ho preso in considerazione molte delle cose che la gente, il senso comune, chiama “poesia”. Io ci vedo molte somiglianze di famiglia, come diceva quel tale. Non credo di doverle spiegare: conosco tante persone che si considerano poeti, anche se scrivono cose molto diverse fra loro. Mi ci sono buttato e ho fornito delle spiegazioni. C’è tanta teoria nel mio libro. Ma il primum era cercare di rendere conto di ciò che la gente chiama poesia, accettandone la pluralità. Che per me è una risorsa. Altri – più settari, ma anche più intelligenti di me – non saranno d’accordo. Evviva, che si discuta!

Leggendo il tuo testo si ha l’impressione che non tutto ciò che è in versi sia poesia. Peraltro, a metà dei Cinquanta, i Noigandres ebbero a sostenere che fosse “finita l’era del verso in poesia”. L’idea che una poesia sia un testo che va a capo secondo leggi particolari è, insomma, un’idea errata, o almeno piuttosto ingenua?
Con il verso, fino al Settecento si poteva scrivere di tutto, non solo la poesia come la intendiamo oggi. Anche le enciclopedie, i romanzi, il teatro, persino la storia, potevano presentarsi versificati. Con la nascita di quella che chiamiamo poesia moderna, poi, il verso è cambiato, e a un certo punto si è confuso con la prosa. Tanto è vero che da circa due secoli esiste la poesia in prosa. Infine, i poeti orali e i rapper mettono in crisi il verso perché lavorano sui ritmi, sul beat, che costituisce una “metrica” un po’ diversa da quella che conoscevamo. E poi c’è la poesia visiva, che esiste per lo meno dal Medioevo…

Nell’analisi della produzione contemporanea più tradizionale (la “lirica”) rilevi che quell’io potente, effusivo, protagonista dell’esperienza moderna, è “indebolito” nella produzione contemporanea. Per altro verso, a me pare che le “forme” abbiano mantenuto omogeneità rispetto a quelle passate. Com’è giustificabile questa discrasia tra “epigonicità” delle forme e dinamicità del soggetto poetante?
Tu ti riferisci, immagino, soprattutto alla lingua e alla metrica, alle strutture esterne delle poesie. E hai ragione, sono cambiate poco. Io però sono convinto che il Novecento abbia realizzato una specie di dispositivo ritmico, nato dalla fusione di un’istanza “leopardiana” con istanze di altra natura (l’eredità, diciamo, simbolista). Questo dispositivo è straordinariamente duttile, disponibile agli opposti dello stile semplice e dell’espressionismo. Si incardina sull’endecasillabo, ma può praticare infiniti tipi di variazione. Perché resiste così tanto? Non sarà che la poesia ha anche il compito di ricordarci che la sua materia prima è, comunque, la lingua? E che le forme su di essa costruite sono molto più vischiose e resistenti al cambiamento storico rispetto a quanto accade in tutte le altre arti?

L’influenza di Sereni su gran parte della produzione lirica contemporanea è evidente. Cosa rende questo poeta così capace di parlare alla contemporaneità, persino più di Montale, Ungaretti, o Saba?
Sereni è maestro della reticenza, del vuoto di contenuti che si apre nella pagina, e che tu, lettore, devi riempire. È stato capace di raccontare in versi in un modo molto differente da ogni altro narratore lirico del Novecento, perché al centro della sua poesia ha collocato un trauma: una guerra, la seconda guerra mondiale, che per lui (e forse anche per noi) non è mai finita. Certo, il suo limite è di essere difficilissimo, mille volte più di ogni avanguardista, perché maneggia la tecnica come nessun altro, e rischia di divenire – appunto – un poeta per poeti, per intenditori.

(continua)