RAVENNA –In Vietnam, il teatro delle marionette sull’acqua è tradizione secolare. In Romagna, il mare fa subito Rimini, Raul Casadei, Fellini, bagnini, discoteche e procaci svedesi. Dal mare arrivano le Madonne riemerse dai fondali per le feste patronali o i Bronzi di Riace, oppure venti di conquista come le prime tre caravelle che si affacciarono al Nuovo Mondo. Ma quarantadue anni fa, quando è stata organizzata la prima edizione del festival di teatro di figura “Arrivano dal mare”, forse dall’Adriatico arrivavano soltanto barche di pescatori che nel tempo si sarebbero trasformate in natanti per il contrabbando o per il trasporto di clandestini.

Quarantadue anni fa qua davanti c’era ancora la Jugoslavia e nel mezzo delle acque internazionali anche la curiosa micronazione dell’Isola delle Rose, nazione autocostituitasi su una piattaforma petrolifera abbandonata. Oggi la perifrasi “Arrivano dal mare” rievoca gioco-forza i continui sbarchi dall’Africa fino alle nostre coste. Ma qui, tra Ravenna e il Cesenate, il mare è il senso gioioso dell’onda, l’infantile vitalità della schiuma che sprizza allegria, la novità, freschezza e leggerezza che forse solo burattini e marionette, con la loro carica di verità e grottesco, di immedesimazione e contemporaneamente di distacco fanciullesco, riescono ancora a portare. Dici Ravenna e non puoi non pensare ai Bizantini e Dante, ai mosaici e alle biciclette. Nel teatro la Romagna è fucina inesauribile di idee dalla Raffaello Sanzio e Romeo Castellucci al Teatro delle Albe e Motus, Fanny & Alexander e Quotidiana.com, con il centro principe nello storico festival di Santarcangelo.

Nel corposo programma ideato dalla compagnia Teatro del Drago (la famiglia Monticelli, artisti da 200 anni; molto interessante il loro museo “Casa della Marionetta” con pezzi rari anche provenienti da Cuticchio e Colla) burattinai e marionettisti (da sottolineare la presenza dell’esperto francese Albert Bagno), puppets e ombre sono il fulcro. Tra i 35 spettacoli proposti abbiamo scelto tre pièce internazionali cominciando dal duo britannico tutto al femminile delle String Theatre con il loro “Insect Circus”, dove un immaginario domatore di pulci sciorina i numeri dei suoi insetti star facendo scorrere sul suo palcoscenico, in 16:9, burattini-zanzare equilibriste che si muovono a ritmo di violino (e qui il rimando va a “L’ape” di Schubert), la formica con il cilindro che balla il tip tap, la libellula che fa il moonwalk, il bruco mago che diventa farfalla, la falena étoile, la vespa trapezista, il grillo in bicicletta (nessun riferimento politico; la mente va a ET): il tutto pensando a Gregor Samsa o a “La mosca” di Cronenberg.

Carico di suggestioni e di difficile interpretazione è questo strano, fin dalla concezione, “Diva” della danese Sofie Krog che nel suo cilindro, quasi una cabina (come quella di Superman) ruotante di velluto da odalisca dannunziana che rievoca un certo cinema “esotico” d’inizio secolo scorso, ci mostra in tre squarci-palchi mignon la soprano callassiana in stile Nefertiti-Modigliani, le macchinerie di un professore pazzo einsteiniano, e nel terzo un topolino che ricorda l’ansioso scoiattolo de “L’era glaciale“. In queste tre scene, che si aprono, chiudono e girano, va in scena una complessa liturgia che lavora per creare l’elisir di lunga vita per la cantante per farla rimanere splendida nei secoli dei secoli; una grandissima costruzione che lascia tante domande aperte, tanti punti interrogativi e molto mistero: geniale.

Il testo del re folle “Ubu” è stato declinato in multiformi sfaccettature, ma mai, prima d’oggi, lo avevamo visto trasformarsi in pupazzi. I francesi Pupella-Nogues mettono una tavola imbandita per una cena sfarzosa al centro del discorso di Jarry con una scena ricca e stracolma di lampadari che la rendono affascinante e carica d’attesa. La fame di cibo è la fame di potere, questo volersi mangiar tutto distruggendo. Le ombre incutono alla tragedia patafisica un velo di macabro. E, fortunatamente, i Pupella non hanno paura di sporcarsi le mani con lo splatter, il vomito o le feci, discipline lontane da un certo modo patinato d’intendere il teatro di figura. Ubu è trasformato in un suino cinghialesco con un forchettone al posto dello scettro mentre la parata militare è formata dalle posate, in stile “Fantasia” disneyana, fino ad arrivare alla distruzione totale della scena, tra fango e terriccio dove si sviluppa un Risiko ridicolo giocato da Sturmtruppen instupiditi e sguaiati. I burattini ci permettono di ridere di noi stessi, sono antidoto e medicina.

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