La sera di sabato 23 settembre, insieme ai 60mila accorsi con tutti i mezzi e da paesi diversi al Summer festival di Lucca per la prima performance toscana dei Rolling Stones, ho iniziato la mia marcia di avvicinamento partendo dalla stazione di Santa Maria Novella di Firenze attorno alle 16, per approdare finalmente nel prato B nelle mure lucchesi alle 19 circa, tanto erano lunghe le code dei fan che sono ripartire docilmente grazie ai puntigliosi esperti logistici degli Stones, a cominciare dall’acquisto dei bitcoin per le vettovaglie & via cantando.

Lo show puntualmente iniziato poco dopo le 21 si è protratto fino alle 23.20, orario che gli aficionados hanno giudicato superiore di ben 10 minuti ai precedenti show, forse per rispondere all’entusiasmo di fan di quattro generazioni diverse nei confronti di una band che ha battuto tutti i record. Tanto è vero che, vicino ad attempatissimi coetanei di Sir Mick Jagger e di Keith Richards, entrambi classe 1943 come del resto il sottoscritto, abbondavano torme di cinquantenni via via fino a consistenti formazioni di ventenni, con l’eccezione di un passeggino che trasportava un neonato. Ragion per cui se questi “rimbambiti” degli Stones dovessero continuare a esibirsi per altri due lustri, le generazioni conquistate da questi celeberrimi pirati del rock, potrebbero virtualmente raggiungere le cinque generazioni.

Dello scintillante spettacolo in multivision che riproduceva lo show, proiettandolo su quattro giganteschi schermi luminosi, del sempreverde Mick, del segnatissimo Keith Richards, del compassato Ronnie Wood e del bruciante Charlie Watts, coadiuvati da supporter del calibro degli Struts di Luke Spiller.

Mick the leader, affiancato da Richards l’intellettuale, è riuscito a cantare anche in italiano, raccontandoci che, dopo aver aver visitato la galleria Accademia e ammirato l’originale del David di Michelangelo, s’era persino incontrato a Ponte Vecchio con Lady May, condividendo con il primo ministro britannico “un gelato squisito”.

Mentre di Keith Richards non si può non citare Life (ed. Feltrinelli), un tomo di 500 pagine, steso nel 2010 in collaborazione con James Fox, un po’ la summa della storia degli Stones, densa di giudizi tranchant, come quello per esempio sulla contestazione sessantottina: “Nel 1968 le cose stavano prendendo una piega politica, non c’era modo di evitarlo. Ed era una brutta piega”.

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Comunque sia o sia stato, la bellezza di cinquant’anni fa, la mia generazione si divise tra chi anelava alla lotta di classe in favore di terzi, mentre altri, come chi scrive, innestarono una rivoluzione culturale di cui gli Stones rimangono uno degli elementi forse più eclatanti e duraturi, anche se poi, come spesso accade in Italia, le cose regredirono e oggi l’unica cosa che resta ai giovani talenti è emigrare.

Quindi a quei critici anche musicali (sic!) che si scatenano contro quest’ultima performance degli Stones, gratificando la band con giudizi denigrantigerontocrati invecchiati e altre facezie su pannoloni&cateteri usa e getta – vorremmo chiedere la ragione in base alla quale, oltre a noi nostalgici vecchietti, comunque una minoranza rispetto alle diverse classi d’età presenti al concerto, l’arena lucchese si sia commossa al cospetto degli Stones che intonavano Satisfaction.

(La foto è tratta dal profilo Twitter del Lucca Summer Festival – autrice Elena Di Vincenzo)