“Ho fatto esattamente tutto quello che lo Stato mi chiede per diventare di ruolo, ho tutti i titoli richiesti, ho partecipato al concorso e l’ho vinto, ho anche ottime competenze digitali e di inglese. Ogni anno, a settembre, mi contattano tantissime scuole, segno che il lavoro c’è, manca solo la volontà di riconoscere quello che siamo” racconta Daniela Sabelli a Ilfattoquotidiano.it. Quando nel 2006 è tornata in Italia, dopo più di dieci anni in Inghilterra, sapeva già cosa avrebbe dovuto fare, riprendere da dove aveva lasciato: dalla specializzazione come insegnante di sostegno, lavoro che ha sempre “amato fare”. Professoressa in una scuola secondaria di secondo grado del Lazio, Sabelli ha affrontato anni di precariato, non facile per una persona che già si sente formata professionalmente e che ha una famiglia (“ho due figli gemelli che hanno 13 anni”) con le normali esigenze di tutte le famiglie.

“La possibilità di ottenere un lavoro stabile è arrivata con il concorso del 2016 per il quale ho affrontato lo studio con entusiasmo pensando che sarebbe stato l’ultimo sforzo. Il concorso – spiega Sabelli – è stato durissimo e stressante. Per l’esame di insegnante di sostegno, valido per una scuola di secondo grado, alle prove scritte siamo passati in meno della metà e gli orali si sono svolti in un luglio torrido contando sulle ultime forze di un anno scolastico appena concluso. Quando finalmente ho ottenuto il mio posto nella Graduatoria di merito (Gm) ero certa che all’assunzione mancassero solo pochi passaggi burocratici. La prima delusione è arrivata ad agosto 2016 quando nessuno è stato assunto dalla nostra graduatoria e la seconda, ad agosto di quest’anno, quando solo 18 posti sono stati assegnati come posti di ruolo, con 39 vincitori non ancora assunti. Avevamo partecipato ad un concorso bandito per 149 posti, abbiamo passato la selezione in 69 e, dopo due anni, mi dicono che forse si sono sbagliati a fare i conti. Il 2018 sarà l’ultimo anno di validità della nostra graduatoria e se non rientriamo potremmo dover ricominciare tutto daccapo…”.

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