Non dobbiamo fare i conti con la matematica ma con la nostra coscienza. Il modello di previsione delle bombe d’acqua fallisce una volta su tre. Domenica l’acqua doveva allagare Genova e invece le correnti l’hanno portata a Livorno. Roma aveva la certezza che nel pomeriggio si sarebbe scatenato un temporale importante (fino a 60 millimetri) e invece il nubifragio l’ha ricevuto al mattino e con cadute assai più consistenti (100 millimetri). Solo oggi sono decine le aree del paese sottoposte a vigilanza e colorate dalla Protezione Civile di arancione, il colore del pericolo imminente. Allerta dunque? La verità è più semplice e spietata: il meteo non riesce a definire i singoli punti di crisi, a volte fazzoletti di territorio di qualche migliaio di metri quadrati. Dare l’allerta invece costa, e parecchio. Costa fare uscire uomini e mezzi, costano gli straordinari, e i Comuni senza soldi non hanno granché da spendere.

Al netto delle inefficienze amministrative e delle vere e proprie omissioni di ufficio (la pulitura di tombini e caditoie), resta la questione di sempre: la tutela dell’ambiente è un’emergenza? Diciamoci la verità: se lo fosse, i piani di mitigazione del rischio idrogeologico, già belli ’e pronti, sarebbero in fase di attuazione. I finanziamenti per le opere di raccolta delle acque, di ripulitura dei fiumi, di rimboschimento e difesa dal rischio frane sarebbero continui nel tempo e anzi accresciuti.

Non è così, non funziona così. I piani ci sono, i progetti pure ma i soldi no. E la risposta è nel sostanziale disinteresse della classe dirigente. Non è solo la politica che non cura l’ambiente, e non è solo il campo progressista – come giustamente ha scritto ieri su Repubblica Walter Veltroni – ad aver dimenticato una battaglia che qualche anno fa fioriva sulla sua bocca e la distingueva dagli altri partiti.

La cura dell’ambiente non serve alla politica perché non porta voti, anzi ne toglie com’è noto in tema di abusi edilizi, e il terremoto di Ischia e la campagna elettorale siciliana che sul tema è massimamente comprensiva sono la prova regina. Il mondo dell’impresa non è sollecito a spendere la forza dei suoi interessi per dirottare gli investimenti in questo campo. Sono le grandi opere i business cari alle grandi aziende. Fare, costruire sempre e sempre di più, non mitigare, svuotare, o anche abbattere. E poi ci siamo noi giornalisti. Quante trasmissioni sull’ambiente e sugli scandali, le inefficienze che da esso derivano? E quante invece sull’immigrazione? Quante pagine dei giornali a denunciare l’erosione delle coste, i piani urbanistici incompleti, le montagne squartate? E quante destinate alla cronaca nera? Quanti cronisti a spulciare nei bilanci regionali per documentare quanti soldi restano solo sulla carta? E quanti intenti a redigere la nota politica sulla zuffa quotidiana?

Aspettiamo il disastro per parlarne. Quello di ieri, e quello che verrà.

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