Continua il nostro viaggio alla ricerca delle realtà più interessanti della scena rock’n’roll nostrana. A catturare la nostra attenzione di cultori e amanti del genere sono altre tre band che, come quelle segnalate nella precedente “puntata” (Gentlemens, Barsexuals, Devils), interpretano in modo crudo, dissacrante e primordiale il rock’n’roll, riportandolo alla sua essenza più originale e autentica: un rock “basilare”, senza fronzoli o intellettualismi, con una spiccata propensione al divertimento più sfrenato. Un suono ai limiti della bassa fedeltà, che si avvale di una strumentazione essenziale (solo chitarra, basso e batteria ed eccezionalmente armonica, organo e fiati) e coltiva un’attitudine e un’urgenza inequivocabilmente “punk”.

Il viaggio inizia con una band già nota ai frequentatori più assidui di questa musica. Si chiamano Boogie Spiders e sono un trio proveniente da Milano, formato da Fabio Federico Gallarati (voce e chitarra), Silvia Zanin (basso e voce), subentrata a Fabrizio Rota, e Stefano Mornata (batteria). Come hanno dichiarato, a loro piace l’aspetto “cialtrone” del rock’n’roll, non amano prendersi sul serio. Sono mossi da un’unica e semplice esigenza: divertirsi da matti e suonare dal vivo. La stessa attitudine che riscontriamo nel loro ultimo lavoro, il terzo album della band, eloquentemente intitolato People and Other Monsters (Autoprodotto). Il suono è rimasto nella sostanza invariato rispetto ai dischi precedenti. Semmai si è fatto ancora più primitivo e selvaggio: garage-punk‘n’roll sporco, “ignorante” e incendiario, venato di blues e soul, che trasuda tanta energia e sudore, con radici ben piantate nel rock’n’roll anni ’50, nel garage anni ’60 e nel punk anni ‘70: Elvis, Sonics, Cramps e Gories sono gli imprescindibili riferimenti musicali e attitudinali del terzetto.

Più atipica e obliqua dal punto di vista stilistico è senza dubbio la proposta dei Magnolia Caboose Babyshit, quartetto di Recanati con un suono meravigliosamente cupo, oscuro, tribale e psicotico. Hanno pubblicato il loro secondo album, Magick3 (Araghost Records/Area Pirata) e non ce n’è per nessuno. Da tempo non mi capitava di sentire in Italia qualcosa di così straordinariamente travolgente ed eccitante. Il canto solenne e magnetico di Giovanni Belelli, le chitarre sporche e “noisy” di Luca Piccinini, il basso pulsante di Michela Guzzini e la batteria incalzante e poderosa di Michele Prosperi tessono magicamente la tela di una musica che ha nei Cramps e nei Gun Club i suoi ineludibili maestri di perdizione.

Più “tradizionalisti”, per via di un suono più “classic-oriented” e legato alle radici del blues, del soul e del rock’n’roll, ma non per questo meno interessanti, sono i Diplomatics, quintetto di Vicenza al suo secondo album, I Lost My Soul in This Town (Shyrec/Go Down Records). Un disco che suona molto “stonesiano”, ma senza rinunciare a incursioni più marcatamente “hi-energy rock’n’roll” (You Make Me Crazy, Nothing But You), che lasciano intravedere le influenze di certo hard rock scandinavo (Hellacopters, Gluecifer in primis). Non mancano digressioni glam rock (Hey Loser, You Poiser!), ma a colpire sono soprattutto la varietà degli arrangiamenti (con armonica, sax, tromba, piano e cori) e un eclettismo sonoro davvero encomiabile per una band quasi esordiente.

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