Francesco Gabbani all’Eurovision è entrato scimmia ed è uscito essere umano; solo sesto posto per il cantante di Carrara, arrivato a Kiev superfavorito. Questa manifestazione è comunque servita per consacrarlo come personaggio positivo, cosa che nel pop italiano davvero mancava.

L’arrangiamento di Occidentali’s Karma, diciamocelo, è sempre stato bruttino, di certo non all’altezza dell’idea di fondo del brano e delle evidenti capacità di performer di Gabbani, che è sembrato più tarantolato del solito, forse proprio per ovviare a questa mancanza. Ad ogni modo, la sua canzone e il set previsto per eseguirla – con l’ormai famigerato ballo della scimmia –, se a Sanremo avevano vinto a mani basse, all’Eurovision hanno dovuto scontrarsi con una mentalità secondo la quale è ovvio unire icona visiva e icona musicale, per cui cioè il pop colpisce nell’immaginario sia per quello che si vede che per quello che si sente sul palco.

Il pop italiano è ben poca cosa in questo senso: quello di Sanremo, peraltro autoreferenziale per sua stessa natura – per quanto granitico in Italia da oramai quasi settant’anni –, risulta perciò ancora una volta una possibilità vetusta d’interpretare questa forma d’arte, ferma a Claudio Villa, travolta a febbraio dall’idea di Gabbani. Quando si va a giocare al tavolo dei grandi, però, le cose cambiano. Il pop, se fatto bene, è una cosa seria.

Sia chiaro: risulta assai strano che tutta la Gabbani-mania della vigilia si sia tradotta solamente in un sesto posto. Superfavorito dai bookmakers, il cantante è rimasto stritolato dai soliti inciuci nordici e dei Paesi dell’Europa dell’est. Questo è un fatto. Anche se avesse vinto, però, il discorso non sarebbe stato molto diverso.

A noi resta, infatti, Gabbani, come detto personaggio positivo, fresco, genuino, a dispetto di un pop italiano – diciamocelo – triste, provincialotto, asfissiante e permaloso, perfettamente riassumibile col fatto che la cosa più interessante degli ultimi anni siano le liti della Pausini col giornalista musicale di turno. Laura Pausini: ci rendiamo conto? Se invece Gabbani saprà mantenere la sua freschezza – anche nel suo rapporto col pubblico, nell’uso dei social, nell’idea di sé nell’immaginario – potrà davvero diventare un grande; perché ha fatto tanta gavetta, usa molto bene la voce, è della generazione cresciuta col mito di Celentano, personaggio a tutto tondo che da sempre ha saputo unire la mentalità mediatico-popolare e quella dello spettacolo, nella canzone e non solo. Gabbani ha un’aria sorniona, educata e spontanea che gioca intorno a un delicato equilibrio tra le parti e potrà fare la differenza.

Avrebbe, certo, bisogno di un produttore artistico che sappia il fatto suo: non standardizzato (perché poi, fra l’altro, sarebbe appiattito proprio sulla mentalità pop italiana) ma nemmeno improvvisato, e soprattutto che sappia tradurre l’energia felice sprigionata in questi mesi. Staremo a vedere.

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