“Questo è ora il partito repubblicano di Donald Trump”. Laura Ingraham è ospite fissa di molti programmi di Fox News. E’ una conservatrice dura, ha passato gli ultimi mesi a sostenere Donald Trump e a sbeffeggiare il partito repubblicano che non lo appoggiava. I fatti le hanno dato ragione. “I Never-Trumpers erano in cinque e non esistono più. Trump ha conquistato gli Stati democratici e l’ha fatta finita con i Bush, i Clinton, gli Obama, la Camera di Commercio, i media e Hollywood”. Il G.O.P. può ora ribaltare le politiche di Obama su sanità e immigrazione e deve, questo il ragionamento di Ingraham, consegnarsi senza esitazione a Trump.

Sono giorni difficili in casa repubblicana. Non è soltanto il cosiddetto pregiudizio liberal” dei media alleati con i democratici a non aver avvertito la rabbia che covava negli Stati bianchi e operai del centro e del nord. E’ gran parte dello stesso partito repubblicano ad aver liquidato come “senza futuro” l’avventura di Trump. Dagli scontri epici con lo speaker Paul Ryan (che si è rifiutato di fare campagna a favore di Trump) all’aperto disprezzo esibito dai Bush ai finanziamenti negati dai miliardari vicini al partito – Sheldon Adelson e Kock Brothers -, i repubblicani di ogni colore e tradizione hanno con poche eccezioni guardato a Trump come un fenomeno di costume destinato a dissolversi l’8 novembre. “Opinionisti e l’establishment del partito hanno sottostimato la gente che implora il cambiamento in questo Paese”, ha detto Henry Barbour, un repubblicano del Mississippi che ha invece appoggiato Trump dall’inizio.

Il trionfo elettorale cambia le cose. Costringe i repubblicani a raccogliersi intorno al “loro presidente”. Gli dà enormi possibilità di realizzare programmi a lungo sognati. Ma è anche un enorme rischio per il futuro del partito; per le sue tradizionali anime e correnti. In effetti, sono ormai pochi quelli che, testardamente, continuano nel loro “Never Trump”. Tra questi c’è un vecchio e importante finanziatore di Chicago, William Kunkler, che dice che sospenderà il sostegno finanziario al partito “fino a quando Trump sarà alla Casa Bianca”. E ci sono i membri del vecchio patriziato. “Il presidente non ha votato per nessuno dei due candidati”, fa sapere il portavoce di George W. Bush. Per il resto, appunto, domina l’attesa e la speranza. Dopo essersi tenuto alla larga per mesi, Paul Ryan la sera della vittoria spiegava di aver già parlato un paio di volte “con Donald, per mettere a punto le mosse future”.

Oltre gli scontri passati e le convenienze presenti, un dato pare piuttosto chiaro. A questo punto Trump ha bisogno dei repubblicani come i repubblicani hanno bisogno di Trump. Il presidente-eletto, quanto a squadra ed esperienza amministrativa, è una tabula rasa; per forza di cose il suo personale amministrativo e di governo dovrà essere scelto tra i quadri vecchi e nuovi del G.O.P. Che si vada in questa direzione lo mostra peraltro la nomina di Mike Pence alla guida del transition team (al posto del governatore Chris Christie, nei guai per lo scandalo del Bridgegate). Trump non ha mai mostrato molta attenzione al transition team: un po’ perché tutte le sue energie erano concentrate sulla campagna elettorale; un po’ perché, all’interno del suo stesso circolo, la vittoria pareva lontana. Ora però si tratta di selezionare centinaia di posti per la nuova amministrazione e Pence, un conservatore con esperienza di governo (è stato governatore dell’Indiana) e ottimi rapporti con Ryan, Mitch McConnell, il leader del Senato, e l’intero establishment di Washington, sembra la persona giusta.

Ciò non toglie che all’interno del transition team siano già emerse tensioni e differenze. Trump pensa di essersi assicurato la fedeltà del gruppo piazzando al suo interno i figli Ivanka, Eric e Donald Jr., oltre al potentissimo genero Jared Kushner (che ha gestito buona parte della sua campagna). I quattro però saranno anche quelli che gestiranno i futuri affari di famiglia e l’intreccio di pubblico e privato, di politica e interessi, spaventa molti. Il vero tema è però quello del chief of staff, tradizionalmente il posto più importante di un’amministrazione americana, l’uomo che sta sempre vicino al presidente, la porta d’accesso della Washington politica e del mondo all’Oval Office. Per il posto di chief of staff sono candidati due uomini che, per storia, ideologia, carattere non potrebbero essere più diversi: Stephen K. Bannon e Reince Priebus.

Bannon è l’ex dirigente di Goldman Sachs e il ceo di Breitbart News, un sito conservatore che dà voce all’Alt Right e a un mondo radicale critico nei confronti del partito repubblicano. Dopo alterne vicende, è diventato chairman della campagna di Trump e da qui, col suo stile urlato, eccessivo, portato allo scandalo e alla provocazione, ha spinto Trump ha tagliare tutti i legami con Washington e a fare appello diretto al popolo repubblicano in chiave anti-globalizzazione. Reince Priebus è l’esatto contrario. E’ stato in questi mesi il chairman del Republican National Committee e, col suo stile felpato e le armi della diplomazia, ha fatto da ponte e pontiere tra Trump e il partito. E’ ovvio che la scelta di uno o dell’altro influenzerà profondamente la direzione, politica e ideologica, che questa amministrazione prenderà. Anche perché proprio la sostanza ideologica e politica di Trump è in discussione. Dopo aver incontrato Barack Obama alla Casa Bianca, per un’ora e mezzo, Trump ha detto di essere pronto a “mantenere alcuni elementi dell’Obamacare”. La sensazione è quindi che, chiunque sarà vicino a Trump in questi anni, potrà svolgere un ruolo di orientamento e condizionamento importante.

Insieme alla scelta degli uomini, il tema dei programmi è del resto l’altra grande incognita. Ci sono tutta una serie di questioni su cui quello che ha detto Trump in campagna elettorale confligge con l’ideologia prevalente del partito repubblicano. I repubblicani sono tradizionalmente molto pro-trade (hanno offerto a Obama 190 dei 218 voti per allargare i suoi poteri nei negoziati sul Ttip). Quale compromesso troveranno con un presidente che è stato eletto soprattutto per i suoi proclami anti-Ttip e anti-Nafta? C’è poi la grana dell’immigrazione. Una delle parole d’ordine della campagna di Trump è stata “deportazione” per i milioni di irregolari. E’ però difficile che i repubblicani del Congresso diano il via libera a provvedimenti che rischiano di scatenare la guerra nelle strade americane e che sottrarrebbero a molte imprese una mano d’opera a basso costo. Altra questione: le spese per le infrastrutture. Trump ha promesso in campagna elettorale “un piano fino a un trilione di dollari”. Considerato che l’attuale debito americano si attesta sui 19mila miliardi di dollari, aggiungere investimenti per più di 200 miliardi di dollari all’anno sembra una mossa che i repubblicani più fiscalmente conservatori non sembrano essere pronti ad accettare.

Le incognite e le divisioni sulla futura strada del partito repubblicano sono altrettanto evidenti in tema di sicurezza nazionale. Durante tutta la campagna, il principale consigliere di Trump è stato il generale in pensione Michael T. Flynn, un registered democrat che ha criticato le politiche neo-conservatrici dell’amministrazione Bush. Flynn è ora il principale candidato per il posto di National Security Advisor. Per lo stesso ruolo, o forse per guidare il Pentagono, è però sotto esame Stephen J. Hadley, architetto della politica interventista di Bush in Iraq (fu lui a coniare l’immagine, usata da Bush nel suo secondo discorso inaugurale, degli Stati Uniti come un “evangelista nella diffusione della democrazia”). Come si armonizzeranno strategie così diverse? L’America di Trump sarà interventista o tenderà all’isolazionismo? Sono domande su cui, al momento, non sembra esserci una risposta chiara ma, appunto, tante ipotesi e uno scontro molto acceso dietro le quinte del transition team.