Più che lotta alla criminalità organizzata, le carte della Guardia di Finanza danno una dimostrazione plastica di come l’antimafia è ormai diventata un business. Oltre 434mila euro. A tanto ammonta la truffa che la Procura di Reggio Calabria ipotizza essere stata messa in piedi dal “Museo della ‘ndrangheta” e dal suo ex presidente Claudio La Camera (nella foto), consulente dell’Unodc, l’ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine. Il procuratore Federico Cafiero De Raho, l’aggiunto Gaetano Paci e il sostituto Giuseppe Lombardo hanno già notificato l’avviso di conclusione indagini a La Camera che, nei prossimi giorni, potrebbe ricevere la richiesta di rinvio a giudizio per truffa aggravata e falsità ideologica.

Claudio La Camera

Nell’inchiesta delle Fiamme Gialle sono coinvolti anche diversi funzionari della Provincia e della Regione Calabria che hanno finanziato i progetti con centinaia di migliaia di euro. Un business reso possibile, secondo la Procura, grazie ai rapporti tra La Camera e alcuni componenti della precedente giunta regionale (guidata da Giuseppe Scopelliti) oggi indagati e la cui posizione è stata stralciata.

Leggendo le carte dell’inchiesta, infatti, più che di “Museo della ‘ndrangheta” si potrebbe parlare di museo della truffa. Le indagini del colonnello Domenico Napolitano (oggi in servizio a Roma) e dei suoi successori Luca Cioffi e Agostino Brigante, infatti, hanno fatto luce sulla gestione “allegra” dei finanziamenti a pioggia che sarebbero dovuti servire all’associazione antimafia per attività di contrasto alla ‘ndrangheta. Nel fascicolo, però, spuntano fatture false, rimborsi gonfiati e utilizzo di fondi pubblici per spese personali sulle quali l’indagato non è riuscito a fare chiarezza durante gli interrogatori sostenuti davanti ai magistrati.

Secondo gli inquirenti, dopo aver affittato (senza contratto) un appartamento dal boss Giuseppe Liuzzo, il presidente del “Museo della ‘ndrangheta” Claudio La Camera avrebbe posto “in essere artifizi consistenti nell’aver attestato falsamente ai pubblici funzionari fatti dei quali gli atti stessi erano destinati a provare la verità in relazione alle spese sostenute nell’ambito di ciascuna progettualità dell’Associazione Antigone – Osservatorio sulla ‘ndrangheta”.

In sostanza, avrebbe falsificato alcuni documenti contabili che servivano alla Provincia e alla Regione per giustificare i finanziamenti elargiti. In questo modo, l’indagato avrebbe procurato “a sé ed altri soggetti, in corso di compiuta identificazione, un ingiusto profitto a cui corrispondeva un danno di rilevante gravità per i predetti enti pubblici locali quantificabile in una somma di denaro complessiva pari ad almeno 434.214,27 euro”.

Ma andiamo con ordine. Con il primo filone dell’inchiesta, la Guardia di Finanza ha fatto crollare in Calabria un altro pezzo di antimafia. Quella con la partita iva sempre in mano, spalleggiata dai politici e di casa negli uffici della Provincia di Reggio e della Regione. Grazie alle entrature a Palazzo Campanella, infatti, dal 2007 al 2014 La Camera ha rastrellato contributi pubblici per 856mila euro di cui più della metà sarebbero stati erogati indebitamente. Soldi di cui, adesso, si sono perse le tracce mentre l’ex presidente dell’associazione antimafia si è trasferito a Berlino.

Il Museo (oggi diventato “Osservatorio sulla ‘ndrangheta”) ha sede in una villa, confiscata alle cosche, il cui impianto di videosorveglianza è costato 120mila euro di soldi dei contribuenti. Un impianto collaudato ancora prima di essere realizzato e stimato non più di 30mila euro. Eppure è stato fatturato 99mila euro dalla “Elettroservice” di Alberto La Camera (suo cugino) che, però, ne avrebbe ricevuti appena 51mila.

Ma la Camera aveva rapporti con le più alte istituzioni, non solo calabresi. Protocolli di intesa con la prefettura, progetti assegnati dai vari ministeri e patrocinati dalla Presidenza del Consiglio dei ministri ma anche singoli convegni finanziati prima dalla Provincia di Reggio e poi, con un nome diverso ma con le stesse pezze giustificative, pure dalla Regione. Una sorta di “scontrinificio” dove l’attività antimafia si mescolava con cene, taxi, auto noleggiate e viaggi ingiustificati (e rimborsati due volte) a Berlino, in Messico, in Perù, a Panama, a Parigi, a Vienna, a Venezia e a Roma.

Dagli estratti conto spuntano gli assegni intestati a collaboratori e giornalisti locali e nazionali (spesso non portati all’incasso), i 3mila euro pagati alla “iena” Luigi Pelazza per un giorno di lezione sul giornalismo investigativo. Ma anche il libro “Vincere la ‘ndrangheta” (scritto da La Camera con l’introduzione di Renato Schifani), la trascrizione di atti giudiziari (già digitalizzati dalla Procura), la partecipazione a un documentario sulla ‘ndrangheta trasmesso poi da Rai Educational (30mila euro), la riparazione di una Mazda, l’acquisto di un ipad, di pinze per il bucato, di articoli di modellismo e persino di un pollo in lattice utilizzato come giocattolo per il cane.

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