di Luigi Manfra *

In Italia ben 5.627 comuni hanno meno di 5.000 abitanti, vale a dire il 69,9% del totale, e di questi, secondo una recentissima ricerca di Lega ambiente e Anci, ben 2.430 soffrono un forte disagio demografico ed economico. Negli ultimi 25 anni in questi territori un abitante su sette se ne è andato. Le case vuote, conseguenza di questo esodo che ha coinvolto soprattutto giovani, sono 1.991.557, cioè un terzo del totale. Questi comuni, abitati in prevalenza da anziani, non hanno prospettive per il futuro e, inoltre, si trovano in aree marginalizzate, lontane dalle principali vie di comunicazione.

In Italia esiste, però, un paese, Riace, in provincia di Reggio Calabria, situato a 300 metri sopra il livello del mare, che si è ribellato al lento spopolamento e ha reagito trasformandosi gradualmente in un paese modello di integrazione di rifugiati. Riace, oggi, conta 1.726 abitanti di cui 400 sono extracomunitari. Il sindaco Domenico Lucano, a cui si deve questa trasformazione, è stato nominato dalla rivista americana Fortune come una delle 50 persone più influenti al mondo, per essere riuscito a fare di Riace un modello di accoglienza.

Esempi come quello di Riace non sono isolati e anche altri comuni hanno avviato lo stesso percorso, tra questi Acquaformosa, Gioiosa Jonica e molti altri dimostrando, invece, che le migrazioni possono essere gestite in un altro modo, aiutando chi fugge dalle guerre e dalle persecuzioni ma, anche, le comunità locali che praticano l’accoglienza. In Italia la Rete dei comuni solidali, (Re.co.sol.), conta 800 comuni coinvolti nella rete Sistema di protezione dei richiedenti asilo e dei rifugiati (Sprar). Di questi circa la metà sono realtà di piccole e medie dimensioni con potenzialità simili a Riace.

Come di recente ha dichiarato Giovanni Manoccio, sindaco di Acquaformosa e responsabile per le politiche di migrazione della regione Calabria,“i nostri progetti si svolgono tutti nei centri urbani, dando la possibilità ai migranti di integrarsi nella nostra comunità che è un modo per rispondere alla scommessa che riguarda tutto il meridione: lo spopolamento”. Con i 35 euro giornalieri previsti per ogni migrante dal Ministero degli Interni, è possibile finanziare progetti mirati a una reale integrazione piuttosto che pagare alberghiresidenze nelle quali parcheggiare i migranti a tempo indefinito. Accoglierli nei paesi significa recupero di vecchi mestieri, collaborazione per la cura del territorio e riapertura delle scuole quando ci sono bambini.

Gli effetti positivi di questo tipo di accoglienza consentono la rinascita dei territori destinati a un sicuro declino. Di fronte all’arrivo massiccio dei richiedenti asilo che, nella prima parte dell’anno, ha già superato il tetto di 120mila immigrati a cui vanno aggiunti 13mila minori non accompagnati, questa strada alternativa va costruita, e l’aiuto dell’Europa può fare la differenza. L’Italia può svolgere un ruolo decisivo in questa direzione valorizzando un modello di inserimento dei migranti più solidale ed inclusivo. L’integrazione, soprattutto di famiglie, in piccole comunità rappresenta, infatti, un’alternativa che ha grandi potenzialità e che può dare un futuro a quella parte dell’Italia destinata altrimenti a sparire.

* Responsabile progetti economici-ambientali Unimed, già docente di politica economica presso l’Università la Sapienza di Roma

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