Gli investimenti pubblici e le misure fiscali per favorire quelli privati devono rimanere fuori dal perimetro del patto di stabilità per i prossimi tre anni. È l’auspicio del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, che in un’intervista al Corriere della Sera ha rispolverato la vecchia idea della “golden rule” – lo scomputo totale degli investimenti produttivi dal deficit, appunto – per “ripristinare un livello appropriato di equità sociale e chiudere le fratture delle nostre società”. Questo alla luce delle turbolenze causate dalla Brexit, che “non è la fine dell’Europa ma il sintomo di una malattia che colpisce tutte le democrazie occidentali: la paura della modernità“.

La ricetta del ministro consiste nell’assicurare ai cittadini europei “sicurezza economica e geopolitica”, ma “senza indulgere in vuote velleità di grandeur nazionale o in astratti dogmatismi economici”. “La somma di 27 politiche diverse genera in questi ambiti una debolezza inaccettabile, anche perché a livello europeo vengono tradotte in una costante mediazione al ribasso che non è all’altezza del crocevia della storia che dobbiamo attraversare insieme per non essere travolti”.

Investimenti ma non solo: “È necessario definire gli ambiti dove è possibile trovare un punto di equilibrio tra istituzioni comunitarie più forti, oggi percepite minacciose dai cittadini, e una maggiore trasparenza dell’azione pubblica”, scrive Calenda. “Il populismo, quello identitario e razzista rappresentato in Francia dal Fronte Nazionale e quello fondato sulla fuga dalla realtà e sulle suggestioni anarchiche del Movimento 5 Stelle in Italia, si è radicato a causa di una promessa disattesa fatta dalle classi dirigenti a partire dagli anni ’90. La promessa che il mondo sarebbe diventato piatto e la storia sarebbe finita”.

 

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