Nessuno meglio di lui poteva fotografare quella magnifica ossessione della convivenza plurifamiliare. Un retaggio tanto ancestrale quanto personale che il danese Thomas Vinterberg ha vissuto sulla propria pelle da bambino e adolescente. Per questo La comune, il suo nuovo e intenso lungometraggio, profuma di verità, qualità che l’arte non dovrebbe mai scordare. “Consideratela un’esperienza personale ma non privata” ha infatti dichiarato il regista al Festival di Berlino dove il film si è guadagnato l’Orso d’argento per la straordinaria interpretazione della protagonista femminile, Trine Dyrholm, splendida icona del cinema danese contemporaneo.

Il racconto nasce da una piéce teatrale che lo stesso Vinterberg, regista de Il sospetto (The Hunt), ha scritto e diretto in Austria e che successivamente ha deciso di trasformare in un film. Ne La comune, in originale Kollektivet, l’utopia della maxi convivenza immersa nella love&peace è tutta esposta, e affonda nel periodo sociologicamente ad essa più favorevole: gli anni Settanta. È in tale contesto che la coppia felicemente (?) sposata formata da Anna (Dyrholm) ed Erik (Ulrich Thomsen, altro “mostro sacro” del cinema di Danimarca) con la loro figlia adolescente Freja, decide su spinta della stessa Anna di invitare alcuni amici cari e conoscenti a condividere la quotidianità nella di loro villa, sufficientemente grande e attrezzata per ospitare tutti.

Le Comuni di quel tempo prevedevano un regolamento esistenziale che sottoponeva l’individualità all’assemblea, organo principe di ogni singola decisione. La villa di Copenhagen degli intellettuali Anna & Erik non fa eccezione, sia che si debba scegliere quale vino aprire o quale nuovo membro accogliere. Ma le buone intenzioni non bastano a sopire la vera natura dell’essere umano ed è proprio una nuova passione di Erik per una sua studentessa che il giocattolo dell’amore condiviso inizia a vacillare. Ciò che era commedia si fa dramma, con l’ovvia eco di quella Festen (1998) che portò alla celebrità l’allora “dogmatico” e giovanissimo Vinterberg: da quell’opera il regista non solo trasferisce parte dello spirito ma anche, e non a caso, i due attori protagonisti.

Mentre la Comune implode e muta intrinsecamente per rimanere se stessa, il film esplode, con la genuinità che ci fa “sentire” la profonda fragilità di ciascun personaggio, nessuno fortunatamente buono o cattivo ma solo e squisitamente umano. Oggi l’utopia è crollata: l’individualismo ha preso il sopravvento e naturalmente il regista ne è consapevole. Per questo lo sguardo contemporaneo su di essa è intriso di benevolenza, ironia e – perché no – una certa nostalgia. “Se oggi si sceglie di vivere in nuclei famigliari estesi è esclusivamente per motivi economici” ammette Vinterberg, che ricorda comunque quegli anni come i più felici della sua vita.

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