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Sono tre i fronti che attanagliano il premier greco Alexis Tsipras e che ieri sera sono stati al centro del vertice straordinario nella sede del Governo al Maximos. Il debito, gli scioperi di questi giorni e le trattative sulle riforme. Sullo sfondo, la possibilità di cambiamenti repentini alla guida del Paese.

“Siamo in un momento molto critico con un governo che è circondato” è la preoccupazione circolata ieri durante l’incontro. Da un lato la componente istituzionale dell’esecutivo con i ministri Tskalotos, Stathakis, Dragasakis e l’eurodeputato Papadimoulis (il cosiddetto gabinetto economico dell’esecutivo) che consigliano diplomaticamente Tsipras: cerchi un accordo a qualsiasi prezzo sul voto con le altre forze politiche, ma senza mettere sul tavolo l’ipotesi di elezioni anticipate. Potrebbe essere infatti una mossa controproducente, a tutto vantaggio del neo leader di Nea Dimokratia, il 47enne liberal-conservatore Kyriakos Mitsotakis, che annuncia nelle stesse ore di non avere “fretta di guidare la Grecia”. I mercati inoltre sarebbero terremotati solo dalla notizia del rischio di nuove elezioni, ragione per cui sparuti media se ne occupano.

Altre componenti di Syriza, invece, spingerebbero per interrompere i negoziati con la Troika che stanno provocando una vera e propria sommossa sociale in tutto il Paese, come dimostrano i blocchi degli agricoltori che hanno chiuso autostrade e caselli, lo sciopero di oggi dei giornalisti e la mobilitazione generale di domani con in piazza professionisti e sindacati. Il premier sino ad oggi ha respinto con decisione l’eventualità di altre urne, sarebbero le terze in appena dodici mesi, le quarte contando anche il referendum del luglio scorso. Per questa ragione l’inner circle di Tsipras, formato dai fedelissimi Pappas e Flabourari, starebbe suggerendo di ampliare la coalizione, come dimostrano gli incontri di ieri con il numero uno del Pasok, Fofi Gennimata, che porterebbe in dote diciassette seggi: sufficienti al voto in Aula sulla discussa riforma previdenziale.

Nelle intenzioni del governo la riforma propone l’unificazione delle regole per tutti i contribuenti che al contempo garantisca la sostenibilità del sistema pensionistico. Primo obiettivo il controllo e la riduzione della spesa pubblica e dei deficit, aggravati dalla prolungata crisi economica. Istituisce una pensione nazionale uguale al 60% del reddito medio, finanziata direttamente dal bilancio statale, anziché dai contributi versati, e in grado di difendere i cittadini dalla povertà. Ed esclude ulteriori tagli orizzontali introducendo, per la prima volta, una clausola di sviluppo che fornisce una prospettiva di aumento delle pensioni.

Ma al netto di aliquote e limiti di età, ecco che è dal punto di vista politico che potrebbero esserci novità significative. Non è affatto esclusa una mossa clamorosa: le improvvise dimissioni del governo se domani lo sciopero generale dovesse portare in piazza un milione di persone. Anche perché tra i banchi del governo si pensa (a voce alta) che le misure richieste dagli istituti di credito non passeranno in Aula.

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