Quando non più tardi di 2 anni fa chiesero a Tony Visconti, storico produttore e collaboratore di David Bowie se “The Next Day” (uscito nel 2013) era da considerarsi appunto l’ultima opera dell’amico e ‘duca bianco’, questi aveva risposto – trattenendo a stento il ghigno – che in realtà in barba ai miscredenti lui un nuovo disco ce l’aveva già pronto. E mai cosa era meno scontata per uno – sempre Bowie – che sul palco c’ha quasi rimesso le penne, arrivando alla decisione evidentemente sofferta di non tenere più nemmeno mezzo concerto dal vivo: cosa della quale però, i più sordi (o forse i più devoti) continuano tuttora a chiedergli conto.

Succede così che neanche 48 ore fa Bowie un pezzo nuovo ce l’ha fatto pure sentire: si chiama “Blackstar” ed anticipa l’album di cui porta il nome, in uscita l’8 Gennaio. Lo stesso giorno in cui Mr. Jones soffierà su una torta che conta ben 69 candeline: che dire? Un traguardo invidiabile, senz’altro. Ancora di più l’ennesima celebrazione di una carriera folgorante, che lo ha visto muoversi come un pazzo sempre alla ricerca di un ‘nuovo se stesso’, mai pago delle mode e delle tendenze di alcuni dei migliori decenni della storia della musica vissuti, non bastasse, pure da protagonista: accadeva così che quando il glam non era più di moda, Bowie era già passato al pop e alla canzone d’autore e quando pure questa aveva stancato lui aveva già abbracciato la dance e la musica new wave, tornando spesso al punto di partenza ma sempre col vizio di guadagnare un centimetro, un chilometro rispetto a tutti gli altri. “Blackstar” è tutto questo: è lo sproloquio invidiabile di un autore furbo, che non si è limitato a “fare tesoro dei suoi fallimenti” ma li ha semplicemente snobbati per guardare costantemente altrove: alla faccia degli standard, dei ‘radio edit’, dei dettami dell’fm e di qualsiasi altra palla al piede più di qualcuno abbia tentato di appioppargli ogni santa volta. 10 minuti quasi 10 di canzone che ti chiedi costantemente se sia troppo brutta o troppo bella per essere vera, fino al punto che ogni cosa suonata (praticamente e volontariamente irriproducibile) finisce per fare ‘il giro’ e convincerti ad ogni ascolto del contrario di ciò che pensi.

Questo per dire che David Bowie, la cui discografia in larga parte andrebbe presa, sigillata e consegnata ai posteri dei posteri, fa musica anzitutto per chi si sforza di comprenderlo, capirlo: forse commiserarlo. Fa musica per me, che per professione debbo impugnare gli arnesi del mestiere e dire che questo è ‘rock’, ‘metal’, ‘pop’ o ‘rap’ e fa musica per te, caro amico musicista: ce l’ha proprio con te, che ti sbatti tanto alla ricerca della copertina azzeccata, che ricerchi il primo piano nel video della tua band, che ti lamenti perchè nessuno ti viene a vedere anzichè guardare magari alla qualità delle tue canzoni, che quando vieni intervistato cerchi di dire la cosa più fica anzichè parlare di ciò che hai dentro e dovresti invece avere urgenza di vomitare addosso al mondo. Perchè David Bowie, almeno io voglio vederla così, ti sta dando un’ultima chance di guardarti allo specchio suggerendoti pure la risposta, tant’è magnanimo: la musica, fa quel che le pare. A prescindere da me, te, noi, voi, essi e loro. Se vuoi essere grande sii come lui: perchè no, David Bowie non è un musicista. No. David Bowie è come Cruijff: lui è l’inventore della musica totale. E i suoi dischi sono film, vanno visti con le orecchie, non ascoltati: per cui, prima che perda la pazienza, te lo dico io per lui: “te devi da mette seduto”.

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