Alcuni mesi fa l’ex-presidente Eduardo Frei Montalva, leader dell’opposizione al Generale Augusto Pinochet, è morto senza spiegazioni a causa di uno shock settico in una clinica specializzata. Tempo dopo un gruppo operativo dei Servizi segreti ha sparato cinque colpi alla testa del leader sindacale Tucapel Jiménez sgozzandolo subito dopo. In quel momento entrambe le notizie uscirono sulle prime pagine dei giornali. Due esemplari di qui giornali sono archiviati nella biblioteca della scuola, disposti in una grossa cartella sullo scaffale numero quattro del terzo corridoio. Nessuno dei bambini della scuola ha ancora aperto quella cartella.

space-invaders.aspAttraverso un gruppo di bambini, la scrittrice e attrice cilena Nona Fernández, racconta, nel commovente e intenso Space Invaders (Edicola Ediciones, traduzione di Rocco D’Alessandro), l’ultimo interminabile decennio della cancrena portata dalla giunta militare in Cile. Si tratta di una serie di testi molto corti, costruiti con un montaggio frammentario, che compongono un romanzo breve fatto di sogni, ricordi, allucinazioni, regole. Le voci dei bambini rendono ancora più toccante e straziante il quotidiano violato vissuto dal popolo cileno a partire dalla triste data dell’11 settembre 1973 (un 11 settembre che, nonostante le migliaia di vittime e le conseguenze che ha portato a un’intera nazione, è stato sostituito nell’immaginario collettivo da una ricorrenza molto più forte mediaticamente).

Sogni, incubi, realtà, solitudini, silenzi sono amalgamati pagina dopo pagina nella rappresentazione di una giovane generazione che vede nel mondo adulto un posto da cui si vorrebbe fuggire e che, invece, la vita porta a conoscere. Ne nascono situazioni mute, gesti incomprensibili, fughe pindariche e allucinazioni scandite da passi marziali. Space Invaders è un tentativo originale e ben scritto di raccontare gli strascichi di una dittatura sulla mente di un’intera nazione.

Le tracce del sogno ci sono rimaste impresse dentro come i segni di un combattimento navale destinato alla sconfitta. Rimane lì, facendoci soffrire ogni volta che spegniamo le luci. Ce ne svegliamo, con la barba dipinta dal sughero che sporca i nostri cuscini e con una insopportabile sensazione di essere stati crivellati da un proiettile verde fluorescente, o da una mano ortopedica di legno.

Considerato una delle voci più autorevoli della lirica contemporanea cilena, il poeta mapuche-williche Jaime Luis Huenún è uscito in Italia con un libro che porta il nome del rivoluzionario Frantz Fanon: Fanon City Meu (Edicola Ediciones, traduzione di Paolo Agrati). Si tratta di una raccolta piena di rabbia e dignità sommersa, dove si narra di padroni e schiavi, di globalizzazione, di lisergiche visioni tagliate a colpi di machete, di verità, di cinismo, di disuguaglianze, di multilinguismo. La cornice è la città immaginaria dedicata a uno dei più autorevoli e sinceri rappresentanti del movimento terzomondista per la decolonizzazione.

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