‘The Book Of Souls’: gli Iron Maiden tornano ‘senza troppe nuvole’. L’ultimo album della band
L’attesa è finita, la malattia sconfitta: dopo 5 anni un nuovo album degli Iron Maiden è finalmente tra le nostre mani, qui a scorrere gagliardo tra un orecchio e l’altro. Parlarne e scriverne non è però facile, perché The Book Of Souls – sugli scaffali dei negozi di dischi da praticamente una settimana – è un’opera complessa, di quelle che ai “primi” 10 ascolti lasceresti cadere nel calderone dei “niente di che”: e invece no. “The Book Of Souls” è un lavoro importante, probabilmente il migliore degli Iron Maiden dai tempi di “Brave New World” (2000) ma conserva al tempo stesso oltre che i pregi anche i difetti dell’ultima reincarnazione dello storico gruppo inglese. Tanto per cominciare la formula ormai assodata delle 3 chitarre, presente dal rientro di Adrian Smith, risulta ancora una volta discutibile: al netto di quello che avrete modo di sentire voi stessi, la stragrande maggioranza dei brani presenti nell’album non giustifica tanto zelo e, oltretutto, la produzione di Kevin Shirley (non certo uno che passava da quelle parti) rende difficile distinguere anche le ritmiche più ‘continue’ e ‘lineari’, lasciando in secondo piano per la prima volta addirittura il padre-padrone nonché bassista Steve Harris. In questo senso la prima “If Eternity Should Fail” trae in inganno: gli Iron Maiden arrivano dritti al punto, con uno dei brani più riusciti degli ultimi 15-20 anni, senza fronzoli, senza eccessive ripetizioni ma con un crescendo continuo che fin da subito viene voglia di riascoltare più o meno in loop.
I dolori (di pancia) cominciano subito dopo, con il singolo apripista “Speed Of Light”: un brano senza infamia e senza lode, scelto per essere proposto alle radio evidentemente più in funzione della sua durata (uno dei pochi a non superare i 6 minuti) che per l’effettivo impatto che riesce a generare. E nonostante la relativa brevità, la canzone è ben esemplificativa delle ‘fitte’ appena avvertite: il riff sa di già sentito, il ritornello non è particolarmente incisivo, consegna un Bruce Dickinson in evidente difficoltà e risulta a tratti quasi fastidiosa per i tentativi continui (e inutili) dei già citati 3 chitarristi di avere la meglio l’uno sull’altro.

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