libro-demaglieDei vinti si parla, ma a parlarne o a decidere come se ne debba parlare sono sempre i vincitori, così il vinto è doppiamente tale, nella realtà e nel ricordo volutamente distorto che ne può dare la storia scritta dai vincitori e raramente messa in discussione, considerata dato di fatto.

I processi della logica e della verità storica vengono fatti assopire nelle giovani menti che immaginano, in buona fede, che le vecchie generazioni non possano che riportare quanto direttamente esperito. I vincitori possiedono i mass media, sanno usarli e li usano, perseguono i loro interessi facendosi pochi scrupoli, la forza è dalla loro, non necessariamente la ragione.

Bertolt Brecht inscenava il seguente dialogo tra il monacello e Galileo in ‘Vita di Galileo’:

“Ma non credete che la verità – se verità è – si farà strada anche senza di noi?”
Galileo: “No, no, no! La verità riesce ad imporsi solo nella misura in cui noi la imponiamo; la vittoria della ragione non può che essere la vittoria di coloro che ragionano”.

La storia non dorme mai-elogio dei vinti a cura di Lorenzo Vitelli e Martina Turano edito da Circolo Proudhon (collana del gruppo editoriale Contro Cultura in collaborazione con la testata online L’intellettuale Dissidente) è un riuscito tentativo di dare visibilità e comunanza ad alcuni dei vinti più famosi, il cui carisma e pensiero, nonostante la sconfitta non cessano di esercitare fascino, attrazione e spirito di emulazione in coloro che nel carro dei vincitori non vogliono proprio salire e preferiscono farsi a piedi tutta la strada da percorrere.

Così, all’interno del libro, troviamo accostati ed egregiamente confrontati e discussi personaggi come Ettore e Achille, Zapata e Lumumba, Chavez e De Gaulle, Gentile e Gramsci, Pasolini e Pound e questi sono solo alcuni.

L’obiettivo dichiarato del saggio è ripensare il reale come trasformabile attraverso l’esempio di chi ha dedicato la vita a questo compito immane, ma inevitabile, se si vuole un futuro dove precarietà e alienazione non siano il presente, perché il dato implicito è che il nostro qui ed ora così com’è non va, non tanto perché gravido di soprusi ed ingiustizie (queste prosperavano anche in epoche precedenti) quanto perché ciò da cui l’uomo si sta sempre più allontanando è se stesso.

La (sua) natura gli ha sempre imposto il rispetto di limiti che oggi egli valica grazie all’aiuto di tecnologia e manipolazione mediatica.

Il senso del limite mette l’uomo in grado di accettarsi per quel che è e per quel che può. Il finito dà pace perché dà la dimensione del compiuto, l’alba è stupenda anche perché ad essa segue un tramonto, ci sono i confini. Rompere il limite (senza tuttavia poterlo superare) non crea accettazione, ma brama di potere essere, facendo del desiderio un bisogno e tingendolo di reale.

Il non finito non è in grado di dare soddisfazione all’uomo più di quanto il mare possa essere contenuto in una bottiglia; i bisogni non saranno mai soddisfatti perché sempre di nuovi se ne creeranno.

Il limite delimita la nostra identità, le dà contorni nella quale possiamo muoverci senza perderci.
Nel libro è citata una frase che Adorno utilizza nella Dialettica negativa con cui voglio chiudere questo mio post:”Solo se ciò che c’è si lascia pensare come trasformabile, allora ciò che c’è non è tutto”.

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