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Politici, gli anni della tracotanza inetta

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Davanti allo sconfortante spettacolo della politica nazionale c’è da chiedersi: quali sono le ragioni dell’ascesa di personaggi che nella vita pratica non saprebbero gestire un banchetto di frutta e verdura? Personaggi inabili a risolvere qualsivoglia problema quanto non proprio encomiabili moralmente; eppure accreditati di grandi qualità leaderistiche e – per di più – aureolarti dal carisma dl successo.

Nel piccolo laboratorio della Liguria alle soglie di elezioni regionali, in cui vigono tutte le premesse per il passaggio di testimone dal tessitore (di ragnatele del potere, a fronte del degrado ambientale) Claudio Burlando alla sua pupilla, la lanzichenecca venuta da Spezia Raffaella Paita; in questo ambiente circoscritto risulta più facile decostruire fenomenologie complesse, che stanno riproponendosi da oltre un ventennio: la sequenza che parte con Silvio Berlusconi e arriva fino a Matteo Renzi, tutti formidabili psicologi istintuali. E basta.

Sicché la prima condizione di successo, ricavabile dall’osservazione di questo triste campionario, è costituita dalla capacità quasi ferina di cogliere le umane debolezze altrui, per torcerle a proprio vantaggio. Strada inizialmente tracciata dall’ex-Cavaliere, mettendo a frutto elettoralmente naturali vocazioni imbonitorie che lo consacrarono “primo piazzista d’Italia”. Il criterio-guida, per cui il pubblico è composto “da ragazzini di dodici anni, per di più un po’ scemi”; sicché conviene raccontare balle spudorate a un uditorio in attesa di credersele, per poterne essere rassicurato. Ma le naturali doti berlusconiane di accalappiatore rifulsero soprattutto nell’aggregazione di un personale politico partendo da materiali di scarto; offrendogli il bene di cui maggiormente sentiva il bisogno: una posizione materiale per tenere – come si dice – “i piedi al caldo.

A fronte della quale torme di aspiranti cooptati erano (e continuano a essere) disponibili alla rinuncia di qualunque principio irrinunciabile. Già all’inizio dell’avventura berlusconiana fu evidente la cedevolezza dei suoi accoliti vetero/post-fascisti, pronti – pur di uscire dal getto – ad accreditare logiche sino ad allora esecrate (tipo il consumismo americanista delle neoborghesie cafone berluscones). Quanto certi intellettuali pensosi (e snobisticamente schifiltosi); come il già trotskista Lucio Colletti, che a chi gli chiedeva perché si fosse intruppato tra i peones di Forza Italia replicava: “avevo bisogno di una pensione”.

Oltre la strumentalizzazione della fragilità da insicurezza materiale, ecco la seconda condizione vincente: la gratificazione esistenziale, in termini di appartenenza, del riconoscersi in figure protettive/egemoniche, tra il patriarcale e il sadomaso.

In effetti c’è motivo di credere che le Michaela Biancofiore o le invasate tipo “Esercito di Silvio” siano assolutamente sincere nell’innamoramento che le appiattisce a stuoino davanti al simbolo incarnato della loro dedizione.

In ogni caso l’abilità è sempre quella di fondare dominio su vulnerabilità psicologiche, con un mix di manipolazione e protervia. Come sta facendo Matteo Renzi, quando si prende gioco dell’opposizione interna conoscendone il punto di rottura: non essere in grado di spingere il contrasto fino alla messa a repentaglio della propria permanenza in Parlamento. Condizione strettamente dipendente dalla benevolenza del leader che – se indispettito – risponderebbe immediatamente con ritorsioni; devastanti per chi nutre il terrore di finire “al freddo che c’è fuori”.

Sicché oggi si vince gettando sul piatto della bilancia determinazione e messa a frutto dei punti deboli altrui. Come si vede benissimo in Liguria, dove è in corso la transumanza silenziosa di oppositori della prima ora verso la Paita; forte soltanto dei propri incrollabili ìspiriti animaliì, neppure sfiorati da appelli a principi e decenza.

“Chi pecora si fa lupo la mangia”, dice il proverbio. Tradotto in linguaggio alto, quanto Eienne de la Boetie denunciava in materia di “servitù volontaria; ciò che Emanuele Kant invitava a curare “uscendo da una minorità autoimposta”.

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