Le orribili frasi di alcuni poliziotti penitenziari sul profilo Facebook di un sindacato autonomo di polizia penitenziaria (alle quali sono seguite 16 sospensioni da parte del capo del Dap) sono gravissime e non possono venire liquidate come una follia isolata. Di fronte al suicidio di un detenuto rumeno nel carcere milanese di Opera, si sono lasciati andare a esternazioni – “uno in meno”, “beviamo alla faccia sua” – prive di pietà umana, indegne per chiunque e tanto più per chi veste una divisa e rappresenta lo Stato. Chi ha scritto quelle frasi era certo di venir apprezzato nella comunità dei social, immaginava di ricevere pacche virtuali sulla spalla, di essere considerato più figo di chi lavora nel silenzio e nel rispetto delle istituzioni e della propria mission costituzionale. Quelle frasi vanno lette in un quadro dove sarebbe un errore parlare di singole mele marce.

“Il vostro Profeta puzzava e ci puzzava anche quella cazzo di barba”, aveva detto un agente al giovane detenuto da poco convertitosi all’Islam mentre lo accompagnava in infermeria. E poi botte, violenza gratuita, nuovi insulti, il taglio di una ciocca della barba come umiliazione. Per questo episodio avvenuto nel maggio del 2010 nel carcere di Asti, il mese scorso due poliziotti penitenziari sono stati condannati a oltre due anni di reclusione ciascuno. Sempre nel carcere astigiano, nel 2004 altri agenti avevano torturato altri detenuti. A uno di essi, come si legge nella sentenza, era stato fatto lo scalpo tirandogli il codino con le mani nude. Il giudice non fu nelle condizioni di punire i colpevoli, pur indicandoli ufficialmente come torturatori, per mancanza del reato di tortura nel codice penale italiano.

Le frasi su Facebook testimoniano di una lettura da stadio della contrapposizione tra agenti e detenuti. “10, 100, 1000 Paparelli” (scusate, ricordo questi nomi, che oggi saranno cambiati senza tuttavia mutare la sostanza del messaggio); “uno di meno, beviamo alla faccia sua”. È di questo che dobbiamo preoccuparci: della naturalezza con la quale ci si esprime in questo modo, della spontaneità con la quale ci si felicita di una morte tragica, del sentirsi parte contrapposta alla popolazione detenuta invece che operatore e rappresentante di uno Stato che tenta di includere tutti e non vuole mandare nessuno alla malora.

È a vasto raggio che dobbiamo oggi interrogarci. Innanzitutto attorno al ruolo del poliziotto penitenziario. Un mestiere complesso, che deve essere interpretato in chiave moderna e non quale mera custodia di corpi. Un mestiere che deve ricevere la più alta gratificazione sociale per chi lo svolge nella legalità e nel giusto spirito. E poi dobbiamo interrogarci sulle istituzioni penitenziarie, che ieri sono state meritoriamente pronte a condannare le frasi apparse su Facebook. Va assicurata sempre più una formazione alta unica, capace di emancipare da culture retrograde e violente. Infine, dobbiamo interrogarci sul ruolo dei sindacati nei corpi di Polizia. La frammentazione estrema ha prodotto il nascere di tante sigle che non sono portatrici di una propria visione del lavoro e della pena ma del solo obiettivo di fare tessere e tesserati, evocando fin nell’iconografia immagini di un passato che vorremmo non tornasse.

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