Omicidio, tentato omicidio, disturbo all’ordine pubblico, intralcio alle attività delle istituzioni nazionali, protesta senza autorizzazione, distruzione di beni pubblici, impedimento ai fedeli di pregare nella moschea Al Fath, possesso di armi, attacco alle forze di sicurezza. Questi sono i nove capi d’accusa di cui deve rispondere Ibrahim Halawa, cittadino irlandese nato il 17 dicembre 1995, arrestato ancora minorenne al Cairo il 13 agosto 2013 durante le manifestazioni della Fratellanza musulmana contro la deposizione di Mohamed Morsi.

Ibrahim era partito da Dublino insieme alle sorelle Somaia, Fatima e Omaima per prendere parte alle proteste contro la deposizione di Mohamed Morsi. In quelle manifestazioni, caratterizzate anche da numerosi atti di violenza da parte delle persone scese in strada, le forze di sicurezza egiziane fecero una strage.

Le tre sorelle Halawa, dopo tre mesi di carcere, sono state rilasciate ed espulse in Irlanda. Ibrahim è rimasto invece in carcere, insieme ad altri 493 imputati. Il loro processo è stato rinviato tre volte ed è ora previsto l’8 febbraio. In carcere, Ibrahim Halawa ha trascorso molto tempo in isolamento, senza poter incontrare un avvocato. Inoltre, a causa della mancanza di cure mediche, ha riportato una lesione permanente a una mano, dove era stato colpito da un proiettile al momento dell’arresto.

La vicenda di Ibrahim Halawa è paradossale: è accusato di aver preso parte agli scontri con la polizia in un luogo in cui non si trovava e di aver impedito l’ingresso ai fedeli nella stessa moschea nella quale a sua volta si era rifugiato per evitare di essere colpito, moschea poi sgomberata con la forza dai militari. Tornate a Dublino, le sorelle hanno denunciato che Ibrahim è stato picchiato dagli agenti penitenziari.

La famiglia Halawa si è rivolta a Tony Blair, inviato di pace in Medio Oriente e che ha buoni rapporti col presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi. I parlamentari irlandesi hanno chiesto un intervento dell’Unione europea. Per il momento, in attesa del processo dell’8 febbraio, tutto tace.

Terminato il processo, chissà se anche Ibrahim Halawa potrà fare richiesta di scarcerazione ed espulsione, come hanno fatto due dei tre giornalisti di Al Jazeera  dopo oltre 400 giorni di carcere. Ieri Peter Greste è stato espulso verso il suo paese di origine, l’Australia; presto, come assicurano le autorità del Cairo, dovrebbe essere la volta di Mohamed Fahmy, da espellere in Canada. Ignota la sorte del terzo giornalista, Baher Mohamed, che ha un semplice passaporto egiziano.

Come dimostrano gli ultimi attentati in Sinai, l’Egitto sta affrontando – e non da oggi – una grave minaccia alla sicurezza. Ma non la risolverà incarcerando un ragazzino o stroncando nel sangue le manifestazioni per l’anniversario della rivolta del 25 gennaio 2011 e cercando poi di nascondere le prove della repressione.

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