Strana la vita. E normalizzata è la morte, che sgorga per l’ennesima volta dagli schermi in ogni forma e a tutte le ore intorno agli attentati parigini. Strana è la vita perché proprio martedì mi trovavo a consegnare un pezzo sull’antieroe francese per eccellenza, Asterix, con la piccola soddisfazione per aver visto un film gioioso ma utile anche a una riflessione satirica su certi vizi e manie che ci tramandiamo fin dall’epoca dell’antica Roma. Poi l’altro ieri la pubblicazione pochi istanti prima della sparatoria, del tam tam mediatico, dello sgomento, delle vignette in ricordo e tutto il resto.

In un pomeriggio il barbaro Galletto è diventato più pesante dei massi appuntiti che solitamente porta in spalla il suo amico Obelix. Sì, proprio quel concentrato di umorismo e satira lieve, quell’ometto baffuto, temerario e dalla battuta pronta per la prima volta mi è sembrato severo, corrucciato, tremante, lasciandomi la sensazione dell’imbarazzato autore di una sfortunata gaffe per una battuta fuori luogo durante il funerale con i parenti dello scomparso. Tanti pensieri si sono aggrovigliati intorno al fatto che anche gli eroi di Goscinny e Uderzo sono stranieri, come i romani ai loro occhi. Gli uni a cercare di difendersi dalla conquista dei secondi in una girandola di scontri e baruffe che si risolvono sempre con una ricca mangiata. I Romani sconfitti e un po’ pesti, i Galli vincitori e indipendenti.

Questa forma di terrorismo invece ha tentacoli sempre più sottili e ben amalgamati con i propri obiettivi. Fili impercettibili nei tessuti sociali che non solo fanno paura al cosiddetto Occidente, ma creano inimicizia e pregiudizio tra i diversi con pericolose marce indietro su anni di faticose, proficue integrazioni. Cristiani, musulmani o atei addirittura, il Dio non sarà lo stesso, o forse sì, ma come fa comunque, a desiderare azioni del genere?
È vero, ci sono autobus che saltano in aria da anni dall’altra parte del Mediterraneo. Basta guardare un po’ oltre Cipro. Così si può normalizzare tutto come un’amara pietanza servita in tivù a ora di pranzo o sul giornale in pausa caffè. Tanto poi un dolce più zuccheroso qualche multinazionale ce lo offrirà, e come.

Adesso anche la satira è avvisata, purtroppo. Ci si scandalizzò per l’editto bulgaro di un certo Presidente del Consiglio, lombardo. “Pinzillacchere” a confronto, avrebbe detto un altro signore partenopeo che forse con quel Presidente si sarebbe divertito non poco. L’altro ieri invece sono stati cacciati anche giornalisti. Ma non semplicemente buttati fuori. O forse sì, se s’intende da questo mondo. Cacciati. Cioè qualcuno è andato a caccia di loro. Erano persone che lavoravano in una redazione per uno scopo comune: informare. Che fossero giornalisti di satira, la faccia sbeffeggiante e allegramente oltraggiosa della notizia, o rigorosi critici di economia internazionale non fa differenza. Perché avrebbe dovuto, quando aprire un giornale vuol dire dare uno sguardo, col sorriso o meno, a quel che succede intorno a noi?

È così che la spavalderia fumantina di Asterix, uno degli eroi della mia infanzia, è diventata d’un tratto una figura lunare alla Pierrot. I Galli, quelli veri, ai quali vanno affetto e cordoglio, sapranno come rialzarsi. Strane e spietate alle volte le coincidenze, ma soprattutto sarcastica e implacabile è la vita quando chi scrive e disegna il mondo col sorriso viene accoppato. Ora la ferita è ancora aperta, e solo Dio sa (ognuno scelga senza pregiudizi il suo) cosa e dove si ordisce o si commette mentre finisco di scrivere e voi di leggere. Che si torni a sorridere presto, francesi e non. Tutti, e senza ritorsioni. Je suis Charlie Hebdo.

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