Sfruttano il dolore dei lavoratori per attaccarci“, dice Renzi dei sindacati. Verrebbe voglia di tapparsi le orecchie e andare avanti. Ma conviene soffermarsi su questa accusa di strumentalità rivolta ai “rappresentanti dei lavoratori”, tralasciando in questa sede quanto i sindacati (non) hanno fatto in questi anni, riducendo troppo spesso la propria attività a un esercizio di concertazione e patronato, e non interpretando i mutamenti nel mercato del lavoro. Lo si può tralasciare perché questa frase espone mirabilmente la concezione del potere di chi l’ha pronunciata.

matteo renzi orologio 675

Una gestione della cosa pubblica come lotta di poteri autoreferenziali – di élites, per dirla con Pareto – e nient’altro: ogni dimensione propriamente rappresentativa è cancellata, non resta che la finzione (è chiaro che qui vengono esposti i limiti stessi della democrazia rappresentativa: essendo ogni rappresentazione, in ultima analisi, finzione). E dunque, un rapporto con i cittadini come massa indistinta e passiva, animale dotato di sentimenti primordiali da usare come elementi di consenso/vendita entro una politica ridotta a marketing.

Non è dato che qualcuno rivendichi portando la parola “attiva” di una comunità: non c’è che un rapporto tra una élites e una massa afasica e informe – a cui le parole, semmai, vanno assegnate, come alla Leopolda. Non si ascoltano i cittadini che parlano se non ingabbiati entro le griglie dei sondaggi, non esistono più i corpi intermedi, e se non esistono con loro non si può trattare. Esistono solo un leader, il suo staff, e una platea.
Insomma: Renzi, qui, ci dice fuori dai denti di essere e sentirsi uno sfruttatore della credulità popolare.

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