Un milione e 800mila in piazza per l’indipendenza della Catalogna. Al grido ‘Ara es la hora’ la regione spagnola ha vissuto oggi la sua ‘Diada’ più secessionista, per forzare il referendum del 9 novembre, nonostante il rifiuto del governo centrale. E con lo sguardo puntato a quello scozzese, che si terrà fra una settimana, con il beneplacito di Londra.

Nel giorno in cui la regione commemora la caduta di Barcellona nelle mani dell’esercito borbonico, l’11 settembre del 1714, centinaia di migliaia persone – 1,8 milioni per la polizia urbana, mezzo milione per il governo – hanno composto coi colori giallo-rossi della ‘seynera’, la bandiera catalana, un mosaico umano lungo gli 11 chilometri fra la Gran Via e la Diagonal, formando una gigantesca V: l’iniziale di volontà, votare, vittoria. Nella plaza de las Glories, una grande urna, costituita da 947 cassette elettorali di cartone, per ognuno dei 947 municipi catalani, nella quale all’ora simbolica delle 17,14, un sedicenne ha infilato la scheda del voto, sulle note dell’inno catalano ‘Els Segadors’.

‘Junts la farem posible’, assieme la faremo possibile, lo slogan della “Diada definitiva”, nelle intenzioni dei convocanti – l’Associazione Nazionale Catalana e Omnibus – la terza dimostrazione di forza, dopo la catena umana che lo scorso anno ha attraversato la regione e il milione e mezzo di persone mobilitate nel 2011. Fra i manifestanti che, in file disciplinate e in un’atmosfera festiva, hanno inondato il centro di Barcellona, c’era il governo catalano quasi al completo, ma senza il presidente Arturo Mas, con rappresentanti di CiU, Erc, Icv, Cup e militanti socialisti. Finanche il calciatore del Barcellona, Gerard Piquet, che ha scaricato su Facebook una foto col piccolo Milan, il figlio avuto dalla compagna Shakira, nell’uniforme del Barça coi colori catalani. Sperano che il clamore della piazza induca il ‘president’ Artur Mas a convocare la consultazione, anche se sarà cassato come illegale dalla Corte costituzionale. Secondo i sondaggi, l’80% dei catalani è a favore del referendum, anche se la percentuale del ‘sì’ all’indipendenza non supererebbe il 45%.

In mattinata, Mas ha ribadito che “tutto è tecnicamente pronto per la convocazione alle urne il 9 novembre” ed ha evitato di parlare di elezioni anticipate. Da parte sua, il premier conservatore Mariano Rajoy, che pure assicura di aver preso “tutte le misure” per impedire “un referendum illegale”, ha rinnovato l’appello all’unità e alla solidarietà, che “fa sì che un andaluso possa vivere con il cuore di un catalano e un madrileno con quello di un galiziano”.

Convinto che un ‘sì’ in Scozia “spianerebbe la strada all’indipendenza catalana” e al suo riconoscimento nella Ue, il leader di CiU confida nella comunità internazionale perché spinga Rajoy a evitare lo strappo con la regione. Anche se il leader del Partito nazionale scozzese, Alex Salmod, ha evitato di pronunciarsi sul diritto della Catalogna al referendum e ha rilevato, al contrario, le differenze con il processo scozzese, autorizzato da Edimburgo e da Londra.

Gli scenari che si aprono sono diversi. Per la stampa di Madrid, il governo della Generalitat non consumerà lo strappo, di fronte alla sentenza di incostituzionalità, ma annuncerà elezioni anticipate o un rimpasto, aprendo il dialogo sulla possibile riforma costituzionale in senso federalista, che è la terza via indicata dai socialisti, preferita nei sondaggi dalla maggioranza dei catalani. Per la stampa catalana, invece, non esiste un ‘piano B’ alla ‘via catalana’, ovvero al referendum. “Questo processo è a un punto di non ritorno”, ha assicurato Oriol Junqueras, il leader degli indipendentisti repubblicani di Erc, che, se si votasse oggi, nei sondaggi sarebbe il primo partito in Catalogna.

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