Maria Perosino (1961-2014) se ne è andata il giorno prima che uscisse il suo secondo libro, Le scelte che non hai fatto (Einaudi). Ma considerarlo un testamento forse sarebbe un errore: non c’è racconto più aperto alla vita, persino a quella mai vissuta. L’autofiction supera limiti raramente attraversati: Maria, la protagonista, nel finale si dichiara guarita mentre Maria, l’autrice, purtroppo non lo era. Questa scelta narrativa però ha un significato profondo. Evidentemente Maria, protagonista e autrice, desiderava essere immaginata così. Come una persona che, senza rimpianti, sente il bisogno di indagare nelle vite degli altri, per interrogarsi sui bivi che tutti abbiamo incontrato e ci hanno fatto diventare chi siamo. Le possibilità che abbiamo mancato o scartato – un fidanzato piuttosto che un altro, una città lasciata o una casa da cui abbiamo traslocato, un lavoro che non è proprio quello che sognavamo, un figlio mai avuto – insomma tutte le scelte che non abbiamo fatto, continuano a viverci accanto. “Camminano su strade parallele alla nostra, appena qualche metro più indietro. Su altre gambe”.

E’ il fattore 49%, lo chiama così. Quando prendiamo una decisione fra due opzioni, solo il 51% di noi stessi è davvero convinto. E il resto che fine fa? Maria Perosino va a cercare il suo in altre donne. Ma senza amari bilanci, semplicemente con curiosità. Con una specie di strana gioia e soprattutto con empatia. Toh, ecco qui un’amica che indossa una scelta che non ho fatto io. Un po’ come un vestito, che però in fondo sta meglio a lei. “Non sono persone radicalmente diverse da me”, scrive, “al contrario: persone simili a me, che hanno fatto scelte diverse”. Diverse ma non «straniere», e l’incontro diventa struggente. Il tono è da cena fra amici intimi, dove si ha anche voglia di scherzare, mentre si tirano fuori troppe verità. E sono proprio le digressioni a portare al cuore delle cose.

Il motore è la serendipity (“trovare una cosa non cercata e non prevista mentre se ne cerca un’altra”). L’illuminazione arriva quando meno te l’aspetti, magari guardando due ragazzi che portano un divano in tram (“in quel momento ho capito che questa è una cosa che mi manca”). Le vite che non abbiamo vissuto – le vite possibili, quelle che abbiamo lasciato perdere – ci stanno sempre vicine: perché non farci due chiacchiere? Non c’è rimpianto della giovinezza, o del tempo in cui le scelte non erano ancora definitive (un tempo che non ha mai affascinato Maria: “Non mi piace stravolgermi dal divertimento”, diceva da ragazza), c’è piuttosto la maturità di saper guardare in faccia il passato e di farlo come se fosse un presente che va per conto suo – non importa se sulle gambe degli altri. Sarebbe dunque ingiusto leggere questo libro, così vivo, alla luce dell’assenza di Maria Perosino: lei l’ha scritto per regalarci qualche presenza in più, semmai.

 

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