Leonard Peltier, nativo americano classe 1944, è in carcere dal 1976 per l’omicidio di due agenti dell’ Fbi, uccisi in una sparatoria avvenuta un anno prima nella Riserva indiana di Pine Ridge; ad oggi la colpevolezza dell’imputato è assai dubbia e la vicenda ha richiamato l’attenzione anche della dodicesima Sessione del Forum della Nazioni Unite sui problemi indigeni, conclusosi il 22 maggio dell’anno scorso.

Il protagonista della vicenda in questione (assai illustrativa della situazione degli indiani d’America negli anni ’70 e delle loro lotte per nuovi e migliori diritti ) nasce nel 1944 a Grand Forks, nel North Dakota, da genitori di origini chippewa; durante l’infanzia (vessata da miseria ed emarginazione) soffre l’isolamento a cui sono sottoposti i nativi, soprattutto nell’Istituto di avviamento al lavoro nel quale Leonard impara a riparare vecchie automobili.

Il primo lustro degli anni settanta è un periodo di grande lotta da parte dell’Aim –American Indian Movement che prende slancio dai movimenti pacifisti e liberazionisti innescati da Martin Luther King. Si tratta di lotte a difesa del suolo natìo e in opposizione all’ ingordigia immobiliare e affaristica del governo federale. Nel 1973 un’azione governativa volta a scacciare tribù Lakota dalle loro terre accende la resistenza di oltre trecento nativi ma anche una guerra intestina. Seguendo il principio del divide et impera la dirigenza delle squadre mobili statunitensi si era alleata col capo di un’altra tribù, Dick Wilson, che con una sorta di polizia privata mieteva terrore nella comunità indigena con pestaggi ed omicidi.

Lo stesso Wilson stava trattando in gran segreto la vendita di parte delle terre della riserva dei Lakota Oglala di Pine Ridge, nel sud Dakota, al governo. Consapevole della fierezza e dell’ostinazione delle popolazione native, il governo statunitense cerca in tutti i modi di cacciare i Lakota dal loro territorio per impossessarsi dei loro giacimenti: è un periodo durissimo, durante il quale la regione coinvolta subisce una presenza spropositata di agenti dell’Fbi, e di morti tra i nativi (le stime ufficiali ammontano ad almeno 60 persone) .

Nel giugno del 1975 dalla comunità di Oglala viene lanciato un appello all’Aim affinché qualcuno vada in loro aiuto e, tra 17 membri che rispondono, c’è Leonard Peltier. Il 26 giugno 1975 nei pressi della comunità indiana si presentano in auto, senza alcun segno di riconoscimento, due agenti dell’Fbi: la scusa è la ricerca di un uomo che ha rubato degli stivali. E’ probabilmente una trappola, tanto che nel giro di poco tempo si scatena una sparatoria tremenda. Gli Oglala Lakota si difendono rispondendo al fuoco e alla fine sul terreno restano tre corpi: due agenti dell’Fbi e un indigeno. Per l’indiano americano morto non fu aperta alcuna indagine, mentre per i due agenti vennero imputate tre persone.

I primi due arrestati vengono processati e assolti sulla base della legittima difesa, ma il terzo accusato rimasto, Leonard, nel frattempo è scappato in Canada. Su di lui si riversa la forte frustrazione dell’Fbi. Peltier viene arrestato in Canada il 6 Febbraio 1976 e dopo pochi mesi estradato sulla base di false testimonianze. La prima protesta a tanta aggressività procedurale proviene direttamente dal governo canadese, il quale disapprova i modi in cui si ottiene l’estradizione dell’attivista.

Il processo a suo carico viene organizzato diversamente dai primi due che avevano scagionato i suoi compagni di lotta: si svolge nella città di Fargo, storicamente anti-indiana, la giuria è formata da soli bianchi e il giudice è noto per il suo razzismo. L’esito è scontato: Peltier viene condannato a due ergastoli consecutivi. Durante il processo non si tiene conto delle prove a suo favore, ma solo di testimonianze manipolate, vaghe e contraddittorie. Dopo cinque anni, accurati esami balistici riescono a provare che i proiettili che uccisero i due agenti non appartenevano all’arma di Leonard, e alcuni dei testimoni che lo avevano accusato ritirano le loro dichiarazioni, confessando di essere stati minacciati dall’Fbi. A fronte di queste nuove rivelazioni a Leonard è stata comunque negata la possibilità di avere una revisione degli atti del procedimento giudiziario, nonostante le clamorose prove che attestano la sua innocenza. A trentanove anni dall’entrata in cella, Peltier è ancora recluso nel penitenziario di Lewisburg, Pennsylvania. La giustizia, nonostante tutto, pare dimenticarsi dei “cold case”, specie di quelli più scottanti e razzisti.

(Su sollecitazione di Andrea De Lotto testo rielaborato con l’aiuto di Gabriele Franco)

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