Quote rosa. Vergognati, si deve dire quote di genere. Si, va bene, ma mi sembra… Porcomaschiosciovinista, lo sai che fino al 1946 le donne non potevano votare? Sì, lo so ma… E lo sai che fino al 1963 le donne non potevano fare il magistrato? Lo so sì, ma… Sei come tutti gli altri. Stai attento a quello che dici… Occhi lampeggianti. Sono scappato. Però… 1946, 1963. Adesso tutte le donne votano. E, adesso, in magistratura ci sono più donne che uomini. Le cose sono cambiate. E, se mi guardo intorno, vedo che gli squilibri non dipendono dal sesso ma dalla povertà, dalla mancanza di istruzione e dalla corruzione. È disuguaglianza di persone, non di uomini e donne. Se ti guardi intorno… Lei mi direbbe: ma che rilevanza ha questo tuo guardarti intorno? È forse uno strumento di valutazione dello squilibrio sociale tra uomini e donne? Naturalmente no, risponderei, è solo una sensazione fondata sulla mia limitata esperienza. Esattamente come la tua e come quella delle persone che combattono la stessa crociata.

E come quella delle altre persone che considerano le quote di genere indebiti privilegi. Perché qui sta il punto: esiste davvero una situazione di disuguaglianza che deve essere sanata? Se ci fosse, non ci sono dubbi: artt. 3 e 51 della Costituzione, “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso… È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli… che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”; e “Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza… A tale fine la Repubblica promuove… le pari opportunità tra donne e uomini”.

Ma “rimuovere gli ostacoli” e “promuovere le pari opportunità” non può consistere nel garantire ad alcuni cittadini situazioni di privilegio rispetto ad altri. Il privilegio è, per sua natura, disuguaglianza. E può giustificarsi solo quando serve a rimuovere una disuguaglianza originaria e ingiustificata. Parcheggiare l’automobile è diritto di tutti; ma i posti sono pochi e molti non ci riescono. La legge però garantisce un posto a una categoria di persone che hanno più difficoltà di altre a parcheggiare lontano dalla loro abitazione: i portatori di handicap. Solo che l’handicap è scientificamente accertato e documentalmente provato; e, quando lo si allega falsamente, si commette un reato.

Come accertiamo concretamente la presunta disuguaglianza tra uomini e donne? Come giustifichiamo il privilegio concesso alle donne, in violazione proprio di quell’art. 3 che si assume violato? Sensazioni, percezioni, atti di fede non sono una buona ragione per creare una situazione di disuguaglianza; perché questo sono le quote di genere, un vantaggio senza merito. E poi: se il privilegio sessuale garantisse uno spazio riservato, indipendente dal merito; quanto dovrebbero durare queste quote rosa? Quando si riconoscerebbe che la disuguaglianza di genere non esiste più? Con che mezzo lo si riconoscerebbe? Nuovo atto di fede? Dai tempi di Goffredo di Buglione le crociate sono state una pessima idea: alla fine hanno sempre vinto i cattivi.

Il Fatto Quotidiano, 14 marzo 2014

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