Gli stereotipi di genere abbondano e soprattutto nel campo dell’infanzia e dei prodotti a loro rivolti; ce ne accorgiamo guardando le pubblicità dei giocattoli, ma anche il panorama delle animazioni proposte in tv o tra le proposte editoriali (e non solo per i piccolissimi; abbondano le serie dalle copertine glitterate in ogni sfumatura del rosa/viola con riferimenti al mondo della moda e della danza. Quasi fossero mondi esclusivi per le femmine o per un certo modo di interpretazione: te lo vedi Nureyev avvolto nel tulle rosa confetto?).

Sulla scorta dell’esperienza scandinava che a scuola usa pronomi neutri e dei tentativi che giungono da più parti di adottare un codice neutro nei giochi (partendo dalla loro disposizione sugli scaffali dei negozi), una scuola materna di Saint-Ouen, vicino a Parigi, porta in classe la lotta ai pregiudizi sessisti partendo da cose semplici: non ci sono armadietti rosa e blu; tutti giocano indifferentemente con le bambole; tutti partecipano ai laboratori di bricolage. E hanno lavorato sul codice neutro, anche le ricercatrici della Scuola di Scienze Sociali dell’Università di Genova e animatici della rivista About Gender, che per due anni hanno studiato gli stereotipi di genere in due scuole d’infanzia del capoluogo ligure lavorando con insegnanti e bambini nell’ambito del progetto Step promosso dal Comune.

Prova a dire la sua sui medesimi temi un albo recentemente edito da Settenove che prende il titolo dalla domanda della protagonista: C’è qualcosa di più noioso che essere una principessa rosa? La povera Carlotta infatti è figlia di una regina rosa e di un re azzurro e pare destinata a essere delicata, schizzinosa e dormire su una pila di cento materassi. L’autrice Raquel Díaz Reguera mette in pagina la ribellione delle principesse che chiedono a gran voce di poter essere come vogliono. L’intento è buono, ma se già il tema vi fa venire un accenno di orticaria, potrete forse trovare eccessive le ripetizioni della parola “rosa” lungo tutto il testo (della serie: “basta rosa, basta!”).

Chi invece evita giri di parole e va dritta al sodo è Olivia, l’impertinente e infaticabile maialina creata da Ian Falconer nel 2001, protagonista di numerosi albi in cui esibisce la sua indole indomita e battagliera: Olivia è a tratti stancante, decisamente eccessiva e sempre se stessa. Così succede anche nel recente Olivia e le principesse, pubblicato da Nord-Sud. La questione è sempre la stessa: Olivia sta per avere una crisi di identità perché è circondata da compagne di classe e amichette che si vestono di rosa, si mascherano da principesse rosa e pure a lezione di danza si presentano con balze di velo rosa e bacchette fatate d’ordinanza. Quel che Olivia non capisce va oltre il colore rosa; lei – che spicca tra tutte per la sua mise in stile Audrey Hepburn con marinière, ballerine e collana di perle – si chiede perché ci si uniformi così quando è possibile la varietà. Vuoi vestirti da principessa? Bene, puoi scegliere se principessa indiana, tailandese, cinese, eccetera. Vuoi danzare? Pensa alla rivoluzione dello stile di Martha Graham. E non avere paura di dire che nella fiaba di Cappuccetto Rosso la parte che preferisci è quella dove tutti vengono divorati. La libertà è saper essere stessi in ogni situazione e trovarsi perfettamente a proprio agio con una maschera da facocero in una sala piena di tulle rosa.

di Caterina Ramonda

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